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Prova in pista: Ducati 996SPS
di Edoardo Licciardello

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Venerdì 21 luglio 2000

Se vi piacciono le ipersportive ma non avete i soldi necessari per comprarla e mantenerla, ascoltate un consiglio: non provate una 996SPS. Non sarete più in grado di pensare ad altro per qualche giorno, e molto probabilmente cercherete di convincervi che in fondo una moto del genere vale bene un'ipoteca sulla casa e una dieta a pane e cipolla per qualche anno...

A parte gli scherzi (ma nemmeno troppo), provare la 996SPS, ovvero quanto di più vicino ci sia - con targa e fari - ad una Superbike secondo Ducati è un'esperienza illuminante. Si, perché diversamente non si riesce a capire quale sia il motivo che spinge qualche fortunato a spendere 44 milioni per mettersela in casa. Seguitemi (idealmente) e capirete...

Una volta in sella, solo la targhetta sulla piastra di sterzo lascia intuire che quella che si stringe fra le gambe non è una 996 come tutte le altre, diversamente l'illusione sarebbe perfetta. Basta però un tocco sul pulsante di avviamento per rendersi conto che la parentela è molto meno stretta di quanto non si penserebbe: la musica che esce dai Termignoni aperti lascia chiaramente intendere che ciò che gira in quel motore non è la stessa componentistica presente sul 996 standard, anche se un ingegnere Ducati mi giura che le differenze fra i due propulsori sono molto più contenute di quanto non sia lecito attendersi.

La tonalità è grintosissima, ricorda molto da vicino le SBK private. Un colpo di gas e innesto la prima: la frizione è abbastanza morbida e non richiede particolari attenzioni. I giri restano bassi, dopotutto la moto deve ancora scaldarsi per bene, per cui percorro la corsia box del Santamonica anticipando le cambiate. La regolarità è tale da lasciare stupefatti: a 3000 giri il motore ronfa tranquillo come fosse un quattro cilindri, basta modificare l'apertura di un infinitesimo di grado e il motore risponde pronto senza il minimo accenno di rifiuto o pigrizia. La fine corsia si avvicina, per cui chiudo la visiera e cambio posizione in sella per poter controllare se il rettilineo sia libero e spostarmi quindi subito in traiettoria: nessuno all'orizzonte, dunque, dopo aver lanciato uno sguardo con la coda dell'occhio al termometro, tiro una bella manata al gas per raggiungere una velocità decorosa ed entrare alla Misano-1. La spinta che ricevo - e sono sui 5000 giri - è roba da 748 stradale in alto, e lo sterzo si lamenta con un leggero ondeggiamento facendomi capire che se voglio prendermi certe confidenze è meglio farlo con tutte e due le mani ben salde sui semimanubri. Meglio fare qualche giro ad andatura interlocutoria, tanto per conoscerci un po' meglio, io e la SPS.

Finché non si comincia a forzare, la guida è praticamente identica a quella di una 996 standard con le sospensioni leggermente più frenate: la posizione di guida è assolutamente identica e la mancanza di zona rossa sul contagiri contribuiscono all'inganno. Piano piano aumento il ritmo e la maggior compostezza del reparto sospensioni si traduce in maggior controllo e precisione: come ogni Ducati degna di tale nome, in pista fa sentire il pilota (passatemi l'espressione, anche se parlo di me...) come se avesse il mozzo della ruota anteriore stretto fra le mani.

Continua...


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