Prove dei lettori
Yamaha MT-03
(04 luglio 2008)

Funzionalità e bellezza spesso litigano. Sulle moto in modo particolare. Quelle oggettivamente riconosciute come le più sensuali, spesso sono difficilmente utilizzabili da un utente che non voglia sacrificare alle apparenze una parte di ciò che fa della moto il più pratico e divertente dei mezzi di trasporto. Ogni tanto ai saloni si vedono proposte audaci. Moto che enfatizzano certe spigolosità, sinuosità, concentrazioni delle masse, colori, architetture di telai, di motore e di sovrastrutture che colpiscono l’occhio e la fantasia dell’osservatore appassionato. Che spesso, in Italia più che altrove, non fa tanta strada sulla sua moto. Abusata metafora: qui da noi, generalmente si preferisce un’amante affascinante per brevi e intense emozioni, a una fedele compagna che non sa e non può regalarci brividi indimenticabili.
Yamaha da tempo prova a conciliare le due cose, lavorando intensamente sul fronte dell’originalità nel design e della funzionalità che non soggiace alla forma, con risultati a mio parere encomiabili. Il T-Max, scusate tanto, è bello. Le nuove R1 ed R6, molto. MT-01 è unica. Elefantesca, forse; di rottura, certo. Le varie 600 e 1000 nude e semicarenate danno tanto filo da torcere alle vendutissime Hornet.
Tricker può essere solo della casa dei tre diapason. Dopo il colpo gobbo riuscito con la sottrazione di Vale ai rivali di Tokio, Yamaha si sta distinguendo sul mercato per capacità di osare, contrariamente ai potenti ma ingessatissimi signori Honda, che mi sembrano ultimamente troppo schiavi dei numeri di vendita per riuscire a proporre qualcosa di più innovativo della CBF; moto che sarà probabilmente un capolavoro di guidabilità, affidabilità e praticità, razionalità, rivendibilità e classicità, ma la cui fotografia è emozionante come una coda alle casse dell'ipercoop (inciso sulle scelte aziendali Honda: aver tolto l’Africa Twin dai listini e non averla rimpiazzata con qualcosa di equivalente e più moderno, è una fesseria tale da indurre a fare karakiri qualunque dirigente giapponese al quale prima o poi si accenderà un lumicino nell'ottenebrato cervello).
Tra le moto che invece ci provano, un posticino di rispetto è per la MT-03. Il fatto stesso che non si riesca a catalogarla è positivo. E’ sì nuda, ma ha un assetto da simil-supermotard. L’architettura della sospensione posteriore non è proprio rivoluzionaria come descritto sui depliant, ma è comunque originale e il mollone in bella vista ha fascino. Il motore è il classico mono a carter secco; è la posizione del serbatoio dell’olio, una sorta di puntale, a caratterizzarlo.
I ruotoni sono i Pirelli Scorpion Sync già montati in anteprima sulla Multistrada. Le dimensioni, compatte a sufficienza da far supporre una moto comoda quanto basta, ma particolarmente a suo agio in città e nel misto stretto. Comunque, non la si confonde con altre, e non lascia indifferenti. Il concessionario mi offre un giretto, e non me lo faccio ridire... A moto ferma, i piedi appoggiano bene (altezza tester media), e le ginocchia non entrano in bocca quando appoggi le suole sulle pedane. Insomma, si sta comodi, mezz’ora non indolenzisce.
Partenza. Copincollo dal sito: “MT-03 è l’incarnazione meccanica e l’espressione del Kodo, un termine giapponese che non solo significa "battito del cuore" o "pulsazione", ma che descrive anche la percussione ritmica di un tamburo trasmessa direttamente ai sensi.” Questo kodo sarebbe quindi un modo per dire che la moto ha un monocilindro 660 che fa il rumore di un monocilindro 660. In effetti, con poca sorpresa, così è.
L’avantreno è parecchio carico; anche se il mono-kodo spinge bene, per lo meno fino alla zona rossa, dove fa presto "muro", la moto non vuole impennare da sola. Se proprio si vuole, bisogna chiederglielo con un minimo di vigore. E’ questa una piccola delusione. Speravo in una fun bike che facesse rischiare punti con ancora maggior disinvoltura. Quello che invece è davvero fun, è la frenata anteriore. Forcella sovradimensionata e poco inclinata, seduta avanzata, manubrio largo, due disconi esagerati, retrotreno leggero, e il divertimento del wheeling rovescio trova una delle sue massime espressioni sulla 03.
La mia curva preferita, quella della periferia torinese a 270°, si affronta ai cento all’ora in tutto relax e le punte degli stivali che strofinano a terra. Le gomme tranquillizzano, ma la forcella verticale induce impercettibili oscillazioni al manubrio, che proprio non preoccupano. Il misto stretto è molto divertente e i chili non sono tanti. Tutto sommato il rapporto di proporzionalità inversa peso-prezzo, valido per molte categorie di moto, trova un equilibrio interessante sulla 03. Andare forte sul dritto non è bello. Anche con il piccolo cupolino optional si è troppo esposti all’aria, e non vien voglia di battere i record.
Cruscotto compatto ma esauriente. Sovrastrutture plasticose ben fatte. Insomma, la moto mi piace, in garage, davanti al bar e soprattutto dal posto di guida. Quelli che vogliono divertirsi quando si spostano, o che vogliono imparare a farlo, trovano un pane per i loro denti certamente molto più appetitoso di quello offerto da qualunque scooterone 500 e oltre, con il non trascurabile vantaggio di risparmiare qualche migliaio di euro, e di avere una vera e propria signora Kodomoto.
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