Un sogno mai realizzato: gli yankee del dirt track in Italia

In Yesterbike

di Gabriel Pirini, 22 luglio 2009
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Un sogno mai realizzato: gli yankee del dirt track in Italia


Il revival che si terrà ad Indy con la Yamaha 750 da dirt-track, ai tempi realizzata da Kel Carruthers e portata in gara da King Kenny Roberts mi ha fatto venire in mente di quella volta che "rischiammo" di vedere dal vivo gli assi americani della pista ovale anche in Italia. Inverno 1979. Chi scrive aveva poco più di 16 anni e, tra una seduta di studi e l'altra, già si dilettava di giornalismo motoristico. Durante la stagione aveva rotto le scatole a tutti, ma in un modo o nell'altro aveva sempre portato a casa interviste e servizi (dai campi di gara o da manifestazioni statiche) atti a riempire l'ora che gli era stata concessa per curare e condurre Radio Cervia Motori. Terminato l'impegno a bordo pista con l'imolese Coppa AGV delle Nazioni - molte le bandiere in lizza: Usa, Italia, Francia, Gran Bretagna e ... Resto del Mondo; il cui capospedizione era il venezuelano Johnny Cecotto) - per consumare l'inverno non restava che parlare di cosa ci si aspettasse dalla stagione successiva. Un piovoso pomeriggio di fine ottobre, dunque, previo appuntamento, il vostro cronista andò ad Imola in treno per intervistare Checco Costa. L'incontro si svolse nella sede del Moto Club Santerno, del quale Costa era deus ex machina. L'agronomo Francesco Costa - che era in compagnia del suo addetto stampa Fantazzini - mi confermò che per l'anno successivo era regolarmente in calendario la 200 Miglia. Era ancora furibondo per quello che era successo in quella stagione: la Fim aveva scippato la corsa mondiale ad Imola assegnando validità iridata ad una gara 750 organizzata al Mugello (la vinse Virginio Ferrari). Chi scrive, invece, era a favore del principio di rotazione (e nulla avrebbe impedito al Mc Santerno di organizzare lo stesso la sua 200 Miglia, sia pure senza validità iridata: a quel tempo con un buon ingaggio i cosiddetti piloti buoni andavano ovunque); ma era un'intervista e quindi era il parere del mio interlocutore che interessava gli ascoltatori. Espressi quindi il mio pensiero, ma non andai oltre. Costa, inoltre, mi confermò che non si sarebbe più corsa la Coppa AGV delle Nazioni: "Si spende troppo, mi sono dovuto mettere in casa soci scomodi (Gianni Giudici, ndr), il pubblico non ha riempito l'autodromo. Però abbiamo in mente qualcos'altro....". A questo punto Costa, adducendo un impegno, se ne andò. Curioso come non mai mi rivolsi a Fantazzini, che replicò: "Non posso dirti niente, ma ti farò sapere". Fu di parola. Un lunedì pomeriggio andai in radio e trovai un suo messaggio nella bacheca. Lo richiamai e mi disse: vai all'ippodromo di Cesena il 23 novembre alle ore 10. Da mesi, in effetti, si vociferava del fatto che, grazie ai suoi buoni uffici in terra d'America, Costa voleva replicare le importazioni: aveva già portato nel Vecchio Continente la 200 Miglia (per moto derivate dalla serie: solo dopo, i giapponesi ritennero opportuno mettere in pista delle 750 due tempi) e voleva ancora una volta stupire gli appassionati. Stavolta col dirt-track. In Europa tanto si vociferava di questa disciplina simile allo speedway, che si correva in piste oblunghe da un miglio. Nessuno di noi aveva mai visto gare del genere ma chi aveva contatti negli States assicurava che là il campionato nazionale veniva assegnato al pilota che vinceva a Daytona e ad Ontario, ma anche nell'ovale di Loudon. Non era proprio così: c'era il campionato road race classico (solo autodromi) e quello Number One (detto anche Camel Pro) che ne era la summa sportiva. Andavo a scuola a Cesena e quindi non ebbi soverchie difficoltà a presentarmi al'ippodromo, anziché al plesso scolastico, con buona pace dei voti. Come dice sempre il Dabizzi, faceva un freddo puttano. Nel mega piazzale antistante la pista ippica riconobbi la Renault 18 di Fantazzini, che parlottava con due signori dall'aria distinta, venuti appositamente dagli Usa. Un emissario dell'Ama, la potente federmoto americana, ed un funzionario della Camel, da sempre sponsor della categoria. Poi arrivò Checco Costa accompagnato dal figlio Carlo: avvocato e speaker dell'autodromo imolese. Non avevano voglia di fare i misteriosi e nessuno mi mandò via. Dopo un po' arrivarono anzi altri giornalisti tra i quali l'imolese Ezio Pirazzini e il compianto redattore di Motosprint Giuseppe Di Tommaso. Nessuna conferenza stampa, ma gli americani risposero volentieri alle domande. Il succo era: per allestire l'ippodromo bastano poche modifiche di dettaglio e lo spostamento di alcuni ostacoli. A fine corsa ci impegnamo personalmente a rimettere la pista in piano con l'apposito battitore. Sembrava tutto a posto, ma pochi giorni dopo si venne a sapere che la Società Cesenate Corse al Trotto aveva negato l'utilizzo del suo impianto. E dire che il Moto Club Santerno aveva trovato persino un main sponsor ed un nome adeguato: Cavalcata Motociclistica Agv. E così, per sapere qualcosa del dirt-track, non ci rimase che qualche notizia da parte degli americani (che erano molti allora nel Circus) o, per i più fortunati e danarosi, farsi mandare dagli States qualche giornale specializzato.

Nella Foto: Chris Carr (Honda) durante una gara statunitense di dirt-track





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