Honda GL1800 Gold Wing: quarantamila chilometri sulla regina delle GT

In Prove moto

di Carlo "Guerra" Martini, 22 ottobre 2008
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Honda GL1800 Gold Wing: quarantamila chilometri sulla regina delle GT



Un lungo test sulla moto da grandi viaggi per eccellenza.

  In redazione abbiamo a disposizione dal 2002 una Honda GL1800 Gold Wing, prodotta negli stabilimenti di Marysville, Ohio (USA). Il modello differisce da quelli attuali per pochi dettagli stilistici, alcuni accessori in meno (tra cui va segnalato il futuribile air bag, introdotto soltanto a partire dal 2007) e insignificanti varianti tecniche, ma si tratta sostanzialmente della stessa moto in vendita oggi, in termini di ciclistica, meccanica e sovrastrutture.

In questi sei anni l'abbiamo adoperata per lunghe trasferte autostradali, brevi spostamenti cittadini, tortuosi percorsi montani e abbiamo macinato fino ad ora quarantamila chilometri, una percorrenza insignificante se si vuol verificare l'affidabilità del mezzo, ma sufficiente per valutarne le caratteristiche principali.

La Gold Wing incute timore per le sue dimensioni. La soggezione, una volta in sella, si riduce ma non svanisce. Piloti di piccola taglia riescono ad appoggiare agevolmente entrambi i piedi al suolo, ma le manovre, prima di aver acquisito la necessaria esperienza, non sono facilissime. In ordine di marcia, con il passeggero a bordo, mezza tonnellata da tenere in equilibrio su due ruote e due piedi. Chi monta per la prima volta sulla Gold Wing, prima di innestare la marcia, deve concentrarsi per mantenerla in posizione verticale. Pochi gradi di inclinazione oltre il consentito, e per ritornare facilmente in assetto saranno necessari deltoidi e quadricipiti come quelli che Arnold Schwarzenegger sfoggiava prima di dedicarsi al governo della California. Chi, per inesperienza e riserve energetiche insufficienti, proprio non ce la facesse a tenere in equilibrio la moto ferma, avrà però una piacevole sorpresa: invece di accasciarsi inesorabilmente al suolo, la Gold Wing rimarrà in equilibrio sulle sue ruote e sui tubi cromati di protezione posti intorno al motore e vicino alle pedane del passeggero.

I preziosissimi specchietti con gli indicatori di direzione incorporati, gli scintillanti coperchi dei bauletti laterali e la giunonica carenatura resteranno così incolumi.

Il motore al minimo è una delusione cocente per chi ama far sapere a tutto il quartiere che sta uscendo in moto; nessuno lo sente andar via, a meno che non segnali la sua partenza con il potentissimo clacson, suonando "Ammazzalavecchia", o un altro brano adatto a strumenti musicali monotonici.

Il sommesso brusìo del motore a sei cilindri contrapposti (detto boxer, perché i movimenti alternati dei pistoni ricordano quelli delle braccia di un pugile) è inconfondibile, un sound aristocratico volutamente lontano anni luce dalle esibizioni di decibel di alcune aspiranti rivali. Anche ai regimi più elevati la rumorosità agli scarichi è trascurabile, e il suono proveniente dagli altoparlanti dello stereo montato sulla nostra moto sovrasta senza difficoltà il seducente sibilo del "flat six" (che vuol dire "sei piatto", con ovvio riferimento a geometria e frazionamento). Torniamo alle manovre da fermo: la Gold Wing usufruisce di una retromarcia elettrica, attivabile con un tastino, soltanto se il motore è acceso. Ci sono alcune situazioni in cui anche John Massis, il compianto atleta citato sul Guinness World Records Book perché spostava le locomotive tirandole con i denti, sarebbe stato contento di avere a disposizione il comodo pulsante; ad esempio, quando si verifica la necessità di muovere all'indietro la moto lungo una lieve pendenza.



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