Anche Aprilia entra nell'affollata arena dei supermotard di grossa cilindrata, e lo fa con un vero "best buy"
First look
La trovo in un angolo del cortile antico, casa di ringhiera degli anni trenta ma rimessa quasi a nuovo. Il contrasto tra le mura spoglie, il pavimento di ciottoli, e quella linea così innovativa risulta stridente, quasi urlato. Bella è bella, non c’è che dire. La silhouette è magra e slanciata, come il corpo snello della saltatrice in alto, nulla è lasciato al caso per sembrare diversa, diversa da tutte le sue pur belle colleghe.
Il primo incontro con l’Aprilia Dorsoduro avviene così, in modo quasi intimo, con lei sensuale nel suo nero opaco. La Dorsoduro sembra una pantera nera pronta a scattare ed aggredire la strada. Il cupolino è basso, aderente al fanale, il serbatoio appena accennato con le sue fiancatine ad abbracciare il radiatore. I fianchi sono stretti, molto stretti, sembra di cavalcare un mono, non un 750 bicilindrico seppur a V.
La sella è un attimo fuggente, che parte dal serbatoio ed arriva fin sopra quella scultura moderna che appare il gruppo scarico – fanalino – porta targa. Non è molto comoda, peggio per il passeggero. Ma su questa moto poco importa.
Ora gli occhi scendono più in basso e come non essere colpiti dalle belle pinze radiali dorate ma anche il mono, con quel suo particolare attacco, diventa elemento di design non fine a se stesso. Per terminare il bel forcellone che ha come sola pecca una finitura superficiale non certo eccelsa.
Una volta in sella, abituato alla mia Aprilia Caponord, mi sembra di essere su un 125, la sella è strettina, il manubrio molto vicino, tutto appare compatto e piccino. Pregi, non certo difetti, su una moto che nasce per il misto stretto, per la stradina di montagna, per il kartodromo.