Aprilia RSV 1000 R Factory: istinto e razionalità

In Prove moto

di Giorgio Papetti, 04 gennaio 2005
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Abbiamo provato una moto nata per la pista nel contesto a lei meno favorevole, per vedere se è proprio vero che una ipersportiva impone così tanti sacrifici nell'utilizzo quotidiano

L'Aprilia RSV 1000 è stata profondamente rinnovata nel 2004 nell'estetica, nel motore e nella ciclistica. Praticamente è diventata una nuova moto e malgrado le novità successivamente presentate dalla concorrenza resta attualissima. Ecco perché per quest'anno Aprilia ha preferito concentrarsi su altri modelli dedicando all'ammiraglia di casa solo un leggerissimo make-up, salvo un'importantissima novità rappresentata dall'adozione di un impianto frenante a pompa e pinze radiali accompagnato da una nuova mappatura dell'iniezione.



Per il resto ci si è limitati a nuove grafiche, alla modifica del parafango anteriore e del coprisella posteriore, alla sostituzione di frecce e fanalino di coda con altri di identica fattura ma di colore bianco, per finire con la sostituzione del rivestimento sella.

Anziché fare una nuova prova in pista, che poco avrebbe aggiunto a quella che avevamo fatto a suo tempo in occasione della presentazione alla stampa avvenuta sul circuito del Mugello, abbiamo deciso di realizzare un test apparentemente strampalato, ma che in realtà rispecchia molto più di quanto si potrebbe credere il reale utilizzo che moltissimi utenti fanno della loro beneamata.

Chi acquista una ipersportiva non è affatto detto che lo faccia unicamente per andarci in pista o per divorare curve sulle strade degli Appennini. Sono in molti che, vuoi per l'impossibilità di acquistare e mantenere due mezzi, vuoi per il fascino che queste moto suscitano anche solo da ferme, le utilizzano anche per andarci al lavoro, per uscirci la sera o addirittura per effettuare lunghe trasferte autostradali.

Quando si parla di moto al top in pista le differenze si misurano spesso in centesimi, inezie che solo i rilevamenti strumentali sono in grado di evidenziare e solo i piloti professionisti sanno cogliere fino in fondo. Al contrario è sulla strada, in mezzo al traffico, quando non si indossa necessariamente la tuta di pelle che le differenze si fanno più macroscopiche, i giudizi diventano più personali e travalicano i valori numerici per sfociare nella versatilità di utilizzo, nella qualità costruttiva percepita a distanza di chilometri, o più semplicemente in quella miriade di particolari che in pista sono del tutto superflui ma che nel quotidiano possono essere fonte di soddisfazione o di stress.

Quando si utilizza la moto per recarsi a un appuntamento, fare una commissione, trasportare un passeggero, uno scarico che scalda dopo pochi minuti, uno specchietto che non ci fa vedere i mezzi che sopraggiungono, sospensioni che spaccano la schiena possono portare a un rapido disinnamoramento; perché se è vero che una ipersportiva non può essere comoda come una touring, è anche vero che per poterla usare 360 giorni l'anno deve garantire un minimo di confort e di versatilità.



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