È la Harley nata negli anni ‘50 per contrastare il dominio inglese e ancora oggi vanta un fascino inimitabile. Essenziale nelle linee e nella tecnica è una moto progettata per andare a spasso senza fretta, assaporando chilometro dopo chilometro il suo cuore pulsante.
Non ho avuto la fortuna di conoscere Carlo Talamo, e mi dispiace molto. Mi dispiace perché è stato un grande imprenditore, ma soprattutto perché prima di diventarlo è stato un vero appassionato di motociclette, come amava chiamarle perché l’abbreviazione usata da tutti noi era per lui un insulto, un tirar via su qualcosa che invece va gustato in ogni più piccola sfumatura. Forse è anche per questo che non amava le moto giapponesi, troppo perfette e uguali a se stesse per suscitargli forti emozioni, ma preferiva concentrarsi su modelli magari meno sofisticati, carichi di storia e capaci di far innamorare anche solo guardando un particolare, una cromatura.
Impazziva per i grandi marchi inglesi, ma soprattutto per le Harley-Davidson, a tal punto da prendere l’aereo e andare a Milwaukee per convincere il produttore a fargliele vendere in Italia. Un’impresa ai limiti dell’assurdo, portare quelle motociclette semplici e mastodontiche, progettate per percorrere lentamente le sconfinate distese americane, nella terra dei motori e delle curve, della passione per le corse e per l’alta velocità.
Però Carlo Talamo, che quelle moto le conosceva forse meglio di molti americani, sapeva esattamente cosa fare e voleva essere il primo a farlo. Il primo certo, ecco perché la prima concessionaria Harley-Davidson in Italia non poteva che chiamarsi Numero Uno. Aveva capito che per vendere queste motociclette non serviva parlare di tecnica, di potenza, di prestazioni. Era una sfida persa in partenza poiché gli smanettoni, i patiti dei cavalli e del rapporto peso/potenza non le avrebbero mai comprate.
Lui voleva venderle a chi alla moto non ci aveva magari neppure pensato, a chi poteva permettersi di spendere considerevoli cifre per portarsi a casa un fantastico giocattolo da coccolare e personalizzare (spendendo ancora di più) per farlo diventare un oggetto unico. Nelle sue pubblicità le moto spesso non le faceva neppure vedere. Scriveva piccole poesie, frammenti di felicità rubati allo stress del quotidiano grazie a una motocicletta che lascia il tempo per assaporare ciò che sta attorno.
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