Nata per vincere sui circuiti di tutto il mondo, ecco come va la 600 "estrema" della Casa dell'ala dorata. Abbiamo cercato di capire che cosa possa aspettarsi il motociclista medio da questa versione che "profuma" di RC211V in ogni particolare.
Mamma Honda ha sempre seguito una filosofia commerciale piuttosto singolare, visto che agli innumerevoli successi nelle competizioni di ogni tipo raramente sono seguiti modelli commerciali "estremi" che cercassero di porsi al vertice delle rispettive categorie come prestazioni sportive pure.
La CBR non ha fatto eccezione, ed anche se la (lenta) evoluzione subita nel corso degli anni l'ha portata a diventare un punto di riferimento anche per la guida in pista, è innegabile che l'impostazione generale della 600 di Tokyo abbia sempre cercato un compromesso fra la ricerca esasperata delle prestazioni in circuito e la guida su strada, magari in coppia.
Lungi dall'essere un difetto, questa caratteristica le ha portato un successo di vendite incredibile, e soprattutto mantenuto nel corso degli anni. Ma Honda non poteva trascurare le tendenze di un mercato che negli ultimi anni ha richiesto moto sempre più specialistiche, e con la doppia versione CBR 600F/Sport aveva iniziato a separare la clientela più stradale da quella più pistaiola.
Poi il salto decisivo: un nuovo modello, la CBR 600 RR, che si affianca e non sostituisce la precedente versione F, che rimane in listino. Un modello estremo, che a detta dei tecnici Honda ha potuto utilizzare un bel po' della tecnologia racing derivata dalla RC211V. Una boutade? No. La CBR 600 RR non monta certo componenti presi dalla MotoGP, ma è indubbio che la filosofia generale del progetto, l'equilibrio della ciclistica, la distribuzione dei pesi e molto altro ancora sono stati influenzati pesantemente dal labotratorio viaggiante a due ruote portato in gara da Valentino Rossi.
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