Ipercomparativa: CBR 900RR, GSX-R 1000 e YZF R1 2001

In Prove moto

14 novembre 2002
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La Suzuki GSX-R 1000 punta al titolo di miglior maxi sportiva, ma deve vedersela con la Honda CBR 900 RR e con la Yamaha YZF R1. Cronaca dello scontro frontale fra le top bike nipponiche: tre quadricilindriche molto vicine per scelte tecniche ma lontane per carattere e filosofia.

(Tratto da SuperWheels dell'aprile 2001)
Piegare la concorrenza, affermare la superiorità tecnologica del Costruttore, infiammare gli animi degli appassionati. Il ruolo delle maxi-sportive è spaventosamente simile a quello che le loro neppure troppo lontane sorelle da competizione - SBK oppure GP che siano - ricoprono sui circuiti di tutto il mondo.

Un ruolo da vere e proprie moto-simbolo, che comunque rispetto alle vere racer hanno un vantaggio: possono essere acquistate con cifre che seppur non propriamente contenute sono comunque alla portata di molti, e per di più sono in regola ferrea circolare anche su strada.

C'è dunque poco da meravigliarsi se, proprio come succede nel mondo delle corse, nel settore delle supersportive il progresso tecnologico dettato dalla ricerca di sempre superiori livelli d'efficienza conduce spesso a scelte tecniche omogenee. Prendiamo per esempio le regine della categoria in ordine di apparizione: la prima a sperimentare l'esplosiva formula che miscela l'estrema leggerezza e un motore strapotente è stata la Yamaha YZF R1, che ha tracciato la via adottando un propulsore di un litro di cilindrata dall'architettura a quattro cilindri in linea frontemarcia, tanto cara ai Giapponesi, provvisto di valvola sullo scarico e incastonato in un telaio d'alluminio dalle quote agilissime.

E 150 cavalli dichiarati, che le permettevano di prendere subito le distanze dalla meno specializzata (nonché priva di valvola sullo scarico) Kawasaki ZX-9R, che abbiamo preferito lasciar fuori da questo confronto.

La risposta della Honda non si è fatta attendere e ha seguito le medesime linee-guida, se si esclude il dettaglio della cubatura, appena inferiore a quella delle top-bike di Iwata ma comunque sufficiente ad attestare la potenza dichiarata sul filo dei 150 cavalli, cioè quanto basta per contrastare la R1.

Quattro cilindri, una valvola sullo scarico e un telaio d'alluminio, guarda caso, li ritroviamo puntualmente anche sulla Suzuki GSX-R 1000, l'ultima arrivata, la più attesa, la più potente. La sportiva con cui la Casa di Hamamatsu non poteva permettersi di sbagliare, considerato il livello della concorrenza e soprattutto i confortanti "precedenti" costituiti dalle sorelle minori 600 e 750.
Messa così, sulla carta, per situazione sembrerebbe abbastanza noiosa e prevedibile proprio per l'omogeneità di basi e d'intenti che contraddistingue le tre "nemiche", oltretutto anche piuttosto vicine per prezzo!

Invece no. Come scopriremo insieme nel corso di questa comparativa all'ultimo respiro, nel corso dello sviluppo della propria top-bike, ciascun gruppo di progettisti deve aver inserito un codice genetico particolare, una sorta di anomalia che ha plasmato i caratteri conducendo a risultati finali sorprendentemente diversi.

Per scoprire cos'è "l'extasy" su due ruote abbiamo confrontato la Honda CBR 900 RR, la Yamaha YZF R1 e la Suzuki GSX-R 1000 in situazioni d'ogni genere: le abbiamo obbligate a fremere del traffico cittadino, a trottare sul misto e a subire l'onta dell'autostrada vissuta ronfando con un filo di gas.

Poi però le abbiamo liberate in pista, concentrandoci per ora soltanto su tracciati piuttosto stretti e tortuosi per verificare soprattutto agilità e maneggevolezza e per scoprire il delicato rapporto d'interazione ai limiti (variabili) del tester di turno e quelli (elevatissimi ma qualitativamente diversi) di ciascun mezzo meccanico. In un prossino servizio approfondiremo invece il confronto anche sui circuiti più veloci, nessuno dei quali era disponibile al momento della nostra prova.

Un confronto, dunque, che supera la scontata analisi delle prestazioni e della dinamica, ma tende verso una fase ulteriore cercando di mettere a nudo le anime dei tre "sho-gun" giapponesi, profondamente differenti sebbene nascosti da corpi e armature ingannevolmente omologhi.



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