Nel mio bagaglio di cultura enduristica, un posto di rilievo è occupato dall’ultima Sei Giorni corsa in Italia: quella del 1997. I caschi rossi erano forti di grandissimi nomi dell’enduro tricolore: Sala, Scovolo, Rinaldi, Farioli, Passeri, Boano. Per la squadra azzurra fu un trionfo assoluto che s’impose conquistando Trofeo e Vaso. Quell’anno, in sella a una XR 250, partecipava anche una ragazza, l’unica in gara: Dory Molinari. La ventisettenne bresciana aveva un’esperienza nel trial ma aveva cominciato a girare con la moto da enduro appena otto mesi prima. Il suo nome è rimasto stampato nella mia testa, catalogato nello stesso cassetto nel quale trovavano posto i vari campioni italiani, ma anche Bernard, Silvan, Watts e tutti i grandi del tempo. Da lì ho sempre tenuto a mente il suo nome; vuoi perché era nominata assieme ai grandi, vuoi perché era l’unica donna. Tutto questo senza sapere chi veramente fosse Dory Molinari e come fosse arrivata a una Sei Giorni: l’Olimpiade dell’Enduro. Da questa curiosità è nata l’idea dell’intervista che oggi propongo a Voi.
MotoCorse: Dory, Come ti sei avvicinata alla moto, all'enduro e alle competizioni?
Dory Molinari: Il mio primo approccio con la moto è stato con una Beta 260 da trial: mi piaceva, ma quando poi ho conosciuto Mario Rinaldi e Stefano Passeri che mi hanno fatto provare l'enduro... Uaoooo!!! E' stato un colpo di fulmine (se così si può dire) anche per una moto: la mia prima moto da enduro è stata la mitica Honda 250 4t, un gioiellino per una principiante. Dovevo solo dare un po’ di gas e lei brrrrrrrrrrr, mi portava dove volevo.
Non conoscendo cosa sarei andata a fare, nel 1997 (ieri), mi sono iscritta alla Six Days di Lumezzane. Pur avendo più persone contrarie alla mia partecipazione (in primis la Federazione, visto che, innanzitutto donna, non avevo mai fatto gare importanti prima e non mi conosceva nessuno) la fortuna ha voluto che in una squadra italiana un pilota desse buca... Così sono riuscita ad intrufolarmi... Non essendo un campione, oltre alle dure prove, avevo anche il pensiero di dover cambiare le gomme! Ho sostituito solo una volta la posteriore (con una fatica ,ma una fatica). Alla fine, con grande voglia di riuscire, c'è l'ho fatta e giorno dopo giorno ho terminato una gara molto più grande delle mie capacità. Da lì in poi è iniziato il periodo più bello della mia vita in moto. Dopo la Six Days non ho lasciato perdere nessuna gara: mi divertivo troppo. Dal Campionato Italiano Senior all'Europeo, dal Mondiale all’X Track in Catalogna, per poi arrivare ancora a concludere la Six Days in Portogallo (1999, ndr).
MC: Hai trovato difficoltà a inserirti nel contesto dell'enduro?
DM: L'inserimento nel mondo dell'enduro, come anche nel lavoro, dove i pregiudizi esistono ancora, ti assicuro che mi hanno resa ancora più combattiva.
MC: Mi vuoi raccontare un aneddoto, un fatto significativo che ti ricordi?
DM: Nella Six Days in Portogallo la Federazione Italiana non mi ha permesso di alloggiare nell'albergo dove si trovava la nazionale. Questa cosa all'inizio mi fece rimanere molto delusa, anche perché la scusa che mi riferirono era che una donna nell’edificio avrebbe portato disordine... Io poi andai nell'albergo con i francesi e i tedeschi che al posto del RITIRO come gli italiani, avevano con loro famiglia e fidanzate! Tanta solidarietà e dissenso da parte dei piloti, mi fece sorridere e tirar fuori le ........, pur non avendole, concludendo serenamente anche questa bella avventura.
MC: Nelle poche gare a cui partecipano (come l’Italiano Under 23/Senior), ci sono solo 5 o 6 "ladies" partecipanti. Secondo te come mai così poche?
DM: Penso che lo sport dell'enduro sia veramente "duro" quindi posso dire che la fatica non a tutti piace e di conseguenza la partecipazione sia molto singolare nelle donne. Volenti o nolenti siamo fisicamente più deboli.