Un veronese di nome Renzo

di Gabriel Pirini

Un veronese di nome Renzo


Metti un giorno qualsiasi, ma a Verona, con la fiera della moto, tecnicamente chiamata Motor Bike Expo. Arrivi in città, fai un giro per piazza Bra e poi ti fiondi in periferia. Il quadrilatero - noto sino a pochi anni fa solo per una famosissima esposizione equina e per il Vinitaly - Ti aspetta, ed è il secondo anno, per una tre giorni a tutto motore.

Per il cronista, gli impegni sono professionali.

Gli orari si accavallano, non puoi mai fare al tale orario quello che ti garba (c’è sempre qualcos’altro di professionale che ti chiama ovunque ma altrove), le conferenze stampa sono tutte rigorosamente da seguire, pena il risentimento dell’organizzatore o - ancora più grave - la carenza di notizie.Lasciando la sala stampa diretti alla premiazione della Federmoto, ci sentiamo afferrare – con garbo pari alla fermezza – da una mano guantata. “Ma tu sei il giornalista col nome straniero”, mi sento dire. Mi volto: è Renzo Ruffo (Foto1), il figlio del figlio. No, non ho sbagliato alcun aggettivo: Renzo è il figlio del più illustre figlio della Verona motoristica, il tre volte iridato (250 nel 1949 e nel 1951, 125 nel 1950) Bruno. Lo conosco, ma non in maniera approfondita: nel 2009 - ugualmente complice la premiazione Fmi - parlammo del padre, di motori, dei piloti di oggi e di ieri e delle sue mire di continuità ideale, ai tempi poco più che un abbozzo. Fa piacere constatare che qualcuno si ricorda di te. Magari solo per il nome un po’ fuori del comune, ma si ricorda.

PROGETTO RUFFO. Renzo era ed è un vulcano di idee. In poco meno di un anno ha scritto un libro dedicato al padre (Cuore e Asfalto), ha inventato dal nulla il Trofeo “Bruno Ruffo” ed è stato il principale motore della bellissima iniziativa di cui abbiamo parlato alcune settimane fa: un monumento, in pieno centro a Verona, dedicato a colui il quale, vinti tre mondiali non era ancora appagato. Disse infatti basta all’attività agonistica su due ruote solo perché lo aveva promesso alla moglie. Poi passò alle quattro ruote convincendo Adriana che lì c’era meno pericolo. Bruno ha sempre sofferto di Motamore, quel sentimento che ti obbliga, al di là di ogni limite razionale, a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a vincere con un guizzo uscendo dalla Parabolica di Monza col Gambalunghino, a conquistare il primo Mondiale Fim della storia, a dirsi disponibile ad agguantare la velocità per la coda partecipando al tentativi di record mondiali (a Monza e Monthlery, dal 1948 al 1951: farà man bassa di diplomi). Tutte le tappe del Progetto Ruffo sono pubblicate in dettaglio nell'apposito sito web www.cuoreasfalto.com

IL LIBRO. Cuore e Asfalto (Leopoldo Bloom Editore) non è esattamente una biografia, non è un florilegio di aride cifre (che pur ci sono: l’Albo d’Oro è a cura dello storico fiorentino Benito Magazzini), non è un libro che contenga solo ricordi personali. E’, in estrema sintesi, una raccolta di vecchie foto e di piccoli pensieri, alcuni in rima altri in prosa, che meglio di qualunque trattato od opera omnia rendono l’idea di chi fosse realmente Bruno Ruffo; nell’agone dello sport come nella cosiddetta vita di tutti i giorni (notevole l’icona con Adriana: Ruffo alla guida di una moto e la moglie a fargli da passeggero sul sidecar). Lo ha scritto un altro Ruffo e si sente che dapprima il ricordo del padre si interseca a quello del campione, poi avviene il contrario e poi di nuovo si torna a casa. 240 pagine da leggere d’un fiato per mescolare, con icastica perizia, il passato col futuro utilizzando un’arma semplicissima: il presente.

LA SCULTURA. Bruno Ruffo è morto nel 2007. Da allora, Renzo si è spesso incontrato con le massime autorità della città dell’Arena perché gli frullava in testa l’idea del monumento. Vacci oggi, vacci domani, vacci dopodomani, alla fine il Comune di Verona si è convinto della bontà dell’idea e ha dato via libera. La scultura - omaggio alla vita ed ai trascorsi sportivi del grande campione nato a Colognola ai Colli - fa ora bella mostra di sé nella centralissima via Roma (Foto2). Vista la collocazione, chiunque riuscirà a vederla.

SIMONCELLI. Alfa ed Omega. Principio e fine. La 250, categoria della quale Bruno Ruffo è stato il primo campione del mondo, ha terminato nel 2009 i suoi giorni e, a perenne ricordo di tale categoria che così tanta importanza ebbe nella vita del padre, Ruffo junior ha deciso di fare forgiare un Trofeo “Bruno Ruffo” che è andato a Marco Simoncelli. Non è andato all’ultimo campione mondiale della categoria ma “a quello la cui carriera maggiormente somiglia a quella di Ruffo”, ci dice un commentatore che però vuole rimanere anonimo.  

E NON FINISCE QUI. Il Progetto Ruffo avrà un seguito. “I dettagli della terza fase – dichiara Renzo – sono ancora riservati, ma ci attendono grandi esperienze”. Ovviamente, ne riparleremo.

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