C’è stato un periodo, dalla fine degli anni ’70 all’inizio degli anni ’90, in cui la classe 500, dominata da piloti di lingua anglosassone, è stata una forgia di eroi. Piloti dall’abilità e dal carisma ineguagliabili, guerrieri determinati e capaci, personaggi che dentro un circuito hanno esaltato le platee di tutto il mondo. I loro nomi hanno monopolizzato i podi di questi anni, ridicolizzando i precedenti campioni e creando leggende fatte di sorpassi, derapate e impennate. Chiunque abbia avuto la fortuna di poter assistere alle loro sfide non può non averle ben impresse nella memoria e rimpiangere quel periodo, di cui solo due protagonisti sono ancora in sella alle oramai dome 500, moto un tempo più simili a draghi sputafuoco che non ai docili strumenti alla portata di qualunque buon pilota che oggi corrono nel Motomondiale.
Ognuno di questi piloti, a partire dall’antesignano Kenny Roberts fino all’ultimo degli immortali, Michael Doohan, hanno goduto di più o meno seguito del pubblico, spesso non in maniera proporzionale ai loro risultati ma piuttosto alla loro spettacolarità. Così vediamo che il vero mito della fine degli anni ’80 è stato uno spesso inconcludente texano, vincitore di tante battaglie ma di una sola guerra, e che il suo naturale antagonista, il ben più concreto ma meno entusiasmante Wayne Rainey, ha goduto di molto meno successo presso i fan di tutto il mondo.
Intendiamoci: meno entusiasmante per quei tempi, in cui rimonte di dieci secondi a suon di uno al giro, sorpassi in staccata a ruote bloccate o in accelerazione con la moto di traverso e magari anche su una ruota sola erano cose di tutti i week-end di gara; al giorno d’oggi un Rainey sarebbe considerato un folle spericolato. La sua capacità di guidare la moto di traverso, "sopra i problemi", come lui stesso amava dire, è rimasta praticamente ineguagliata: un’infanzia spesa tutta sui circuiti di dirt-track gli hanno insegnato a controllare moto strapotenti ma dalla ciclistica non a punto come se fossero tricicli a pedali. Era normale vederlo nelle retrovie, soffocato dalla cronica inferiorità della sua Yamaha, nei giorni di prove. Ma quando alla domenica scattava il verde, era altrettanto normale assistere al miracolo del vederlo guidare con quella capacità dei veri campioni di non arrendersi mai e dare sempre tutto quello che hanno, il più delle volte portando a casa risultati tanto improbabili da rovinare più di un incauto bookmaker.
Ma non è stato sempre così: il giovane Wayne, cresciuto nelle formule americane a fianco di miti quali appunto Schwantz, Polen e Lawson, ha avuto un debutto nel mondiale molto difficile nel nascente Team Roberts. Correva l’anno 1984: una YZR250 privata poco competitiva, gomme Dunlop che avrebbero fatto fare brutta figura a una moto stradale e l’assoluta inesperienza dei circuiti mondiali hanno prodotto risultati scarsissimi, con un effetto devastante sul morale di Rainey, che alla fine della stagione preferì tornarsene negli USA e accettare la lauta offerta della Honda piuttosto che continuare a nuotare in quel mare di squali. Inutili furono le promesse e le lusinghe di Roberts, unico a fiutare il campione che si nascondeva in quel timido ragazzo californiano: Rainey restò a stravincere negli Stati Uniti per tre anni.
Ma quando, nel 1988, Roberts tornò all’attacco, trovò terreno ben più fertile. Il team Roberts, da squadretta privata era diventato una forza temutissima nel mondiale grazie all’appoggio della Yamaha, alla infinita esperienza di King Kenny e alle acrobazie del grande Randy Mamola. L’offerta di correre in livrea Lucky Strike venne quindi accettata da Rainey, che si sottopose assieme al compagno di squadra, l’astro nascente australiano Kevin Magee, a una serie di test invernali davanti alla quale Spencer sarebbe svenuto... e i risultati si videro: in un’epoca in cui l’esperienza era fondamentale nel guidare una 500 ad alto livello, in cui qualunque manager riteneva che nell’anno del debutto il miglior risultato possibile potesse essere un podio, Rainey alla sua quarta gara lottò per la vittoria - fino alla resa delle sue Dunlop - con il due volte campione del mondo Eddie Lawson, nella giornata del trionfo Yamaha a Jerez de la Frontera che vide quattro moto di Iwata ai primi quattro posti.
E non aspettò molto per vincere la sua prima gara: a Donington dimostrò che Kenny aveva visto lungo, battendo tutti sulla linea del traguardo ed entrando di diritto nell’olimpo dei piloti ritenuti capaci di spremere da una 500 tutto quello che tale bestia furiosa aveva da dare. E fu così che per l’anno successivo un bel numero tre campeggiava sul giallo portanumero della sua YZR... niente male per un debuttante da tutti ritenuto poco più che un mediocre pilota.
Foto Stephan Isaacs