Abbiamo voluto attendere che l’emozione sfumasse. Che il dolore per la morte di un ragazzo troppo giovane per ricongiungersi al suo creatore si attutisse un po’, e ci consentisse di riflettere su quanto è successo domenica con mente un po’ più lucida. Di sentire tante campane, prima di dare ascolto all’istinto e scrivere per rendere giustizia a Shoya Tomizawa, la seconda vittima reclamata dal nostro splendido sport su palcoscenico mondiale in soli sette giorni.
Chi era Shoya Tomizawa? L’anagrafe, e le cronache sportive, ce lo raccontano come un ragazzo di diciannove anni, nato a Chiba (come Nakano, Aoyama, Ui e Ukawa) e in sella a una moto da GP dal 2006 – aveva debuttato nel campionato All-Japan a Motegi. Nel 2008 aveva chiuso al secondo posto la serie nazionale 250, per passare in pianta stabile al mondiale l’anno successivo. Finì diciassettesimo nel mondiale 250, miglior piazzamento un decimo posto ottenuto sia a Motegi che a Valencia. Lo scorso Aprile aveva conquistato la vittoria nella prima gara mai disputata della Moto2, staccando poi anche due pole e salendo sul podio anche un’altra volta, in Spagna. Tutto il paddock lo ricorda come un ragazzo molto simpatico, aperto, amichevole con tutti. Un ragazzo spensierato e gentile, capace di sobbarcarsi un viaggio in macchina di 500 e passa chilometri fra un aereo e l’altro andare a ringraziare i ragazzi di Clinica della Moto (i collaboratori che forniscono assistenza tecnica nelle giornate Braghi Racing) per aver dato una mano al team CIP nella messa a punto del suo motore.
Alle 12.35 di Domenica 5 Settembre, Tomizawa ha perso per un attimo il controllo della sua Suter mentre si avvicinava alla corda del Curvone. La moto si è scomposta, Shoya l’ha tenuta, ma è stato costretto ad allargare la traiettoria. E’ passato sul cordolo, come a Misano molti fanno di scuola (la vernice usata per i cordoli sul circuito romagnolo è contraddistinta da un’ottima aderenza, come si è visto in MotoGP, dove diversi piloti, fra cui Rossi, ci staccavano addirittura sopra in avvicinamento alla Quercia) ma, avendo allargato prima, si è trovato a gas spalancato con la ruota posteriore che ha toccato per qualche centimetro l’erba sintetica posta fra lo stesso cordolo e la via di fuga in asfalto.
Il seguito lo avete visto tutti: il retrotreno scarta di botto, la moto sbatte a terra Shoya, mentre Redding e De Angelis, che lo seguono schiacciati in carenatura, non possono fare nulla per evitarlo e lo centrano in pieno ad oltre 240 all’ora. E’ evidente fin dall’inizio che l’impatto è stato terribile, il corpo di Tomizawa che gira su sé stesso in mezzo alla pista come fosse una moto, un oggetto inanimato invece di una persona, dà subito la proporzione di quanto sta accadendo.
Le responsabilità del tracciato, da molti invocato come pericoloso dal momento in cui è stato invertito il senso di marcia, terminano qui. Nel senso che al Curvone, nell’altro senso, ci si sarebbe arrivati altrettanto veloci se non di più. L’inversione del senso di marcia è solo necessario a fornire adeguata via di fuga al curvone, che, in senso antiorario, con le velocità a centro curva di cui sono capaci le moto odierne, non ci sarebbe più. E non sarebbe nemmeno possibile allontanare il muro, a meno di non voler convincere l’A14 a cambiare percorso. Si potrebbe non correre a Misano, dice qualcuno, ma non è questo il punto.
Il curvone, di per sé, è sicuro. E’ una curva da pelo, ma c’è largo spazio per andare dritti e rientrare in pista (Simoncelli, 2008), e se uno ci scivola, come è successo solo l’anno scorso a Pasini, ha una via di fuga lunga e sicura. Quello che bisognerebbe evitare, questo sì, è l’uso di erba sintetica all’esterno del cordolo. Sarebbe bastato, probabilmente, che al posto dell’erba sintetica ci fosse la solita ghiaia perché il volo di Tomizawa si risolvesse con una “normale” caduta, che avrebbe spedito il pilota nella via di fuga, invece di lasciarlo in mezzo alla pista. Purtroppo, si tratta dell’unica dinamica contro cui il motociclismo sportivo non potrà mai difendersi. Non ci sono vie di fuga che tengano, o protezioni sulle tute.
E veniamo alla spinosa questione della bandiera rossa: perché la gara non è stata interrotta? Lo ha spiegato bene Franco Uncini, lo hanno ribadito il dottor Costa e il dottor Macchiagodena: non ce n’era bisogno, anzi, si è intervenuti più rapidamente così, grazie all’ambulanza posizionata in posizione protetta, che non trasportando il ferito al centro medico. Ora, lungi da noi il voler contestare l’opinione di gente che ha fatto un grandissimo lavoro di messa in sicurezza dei tracciati (Uncini, che ha provato in prima persona cosa significhi essere investiti da un concorrente che segue: venne centrato in pieno dopo una caduta dall’allora giovane e sconosciuto Wayne Gardner, nel 1984, e se la cavò per il rotto della cuffia) o di chi i piloti li salva e li rimette in sesto tutti i giorni dell’anno. Anche solo pensare che Costa o Macchiagodena non impongano una bandiera rossa se può contribuire, anche in minima parte, a salvare la vita di un pilota, è un insulto che entrambi non meritano. Dobbiamo quindi dare per scontato che la bandiera rossa, funzionale al trasporto d’urgenza di Tomizawa al Medical center, non servisse.
C’è però un’altra possibilità. Agghiacciante. Che la bandiera rossa non servisse come non serve la sirena sulle ambulanze quando il trasportato è deceduto. Il collega Zamagni, in un articolo su Moto.it, racconta di quanto ha visto direttamente dalla pista, e solleva il dubbio che Tomizawa possa essere morto sul colpo, citando altri elementi e testimonianze a supporto della sua ipotesi. Ipotesi che coinciderebbe con quella frase, che in questo caso sarebbe sicuramente scappata involontariamente a Jorge Lorenzo durante l’intervista, secondo cui lui stesso avrebbe saputo della morte di Tomizawa prima della partenza. Ipotesi fermamente smentita da Costa durante la trasmissione Fuorigiri, che ha ricordato come il decesso di Shoya sia stato dichiarato attorno alle 14,30: ben dopo la partenza della MotoGP. Può benissimo darsi che Lorenzo non abbia inteso la domanda iniziale, volendo solo dire che gli era stato riferito delle gravissime condizioni di Tomizawa, e non della sua morte.
Ma prosaicamente, se invece fosse davvero andata come qualcuno ipotizza, non sarebbe cambiato nulla. La morte di Tomizawa era già avvenuta, fermare gara e spettacolo non lo avrebbe riportato in vita. Ovviamente, se fosse stata data la notizia, sarebbe stato impossibile correre la MotoGP. Quale pilota abbassa la visiera del casco e corre con la concentrazione e la serenità necessarie davanti ad una notizia del genere? Sarebbe ingiusto e pericoloso. Si sarebbe potuto evitare di correre la MotoGP, certo, in segno di rispetto per Shoya. Ma forse non sarebbe stato quello che Shoya stesso avrebbe voluto. Insomma, se fosse andata così, sarebbe certo una situazione moralmente raccapricciante, tanto che ci rifiutiamo di crederlo, ma all’atto pratico... Tomizawa non ci sarebbe stato restituito. E questo, purtroppo, è quello che conta. Lasciamo stare le sterili polemiche, e pensiamo a quello che si può fare perché nessuno raggiunga Shoya troppo presto. Cominciando, magari, con il togliere gli inserti in erba sintetica da TUTTE le piste…