 E’ il sito australiano The Roar, che si occupa genericamente di sport (non specificamente motociclistico, insomma) a proporre la riflessione, facendo un parallelo con la nuotatrice Libby Trickett. Le carriere professionistiche degli atleti, oggi, iniziano troppo presto, e ci ritroviamo con ragazzi poco più che ventenni esauriti, bruciati, svuotati da ogni motivazione. Che non provano più piacere a fare ciò che fanno.
Il caso di Stoner, prosegue l’articolo, è un tipico esempio: ha iniziato a correre a quattro anni – casualmente, aggiungiamo noi, la stessa età di Freddie Spencer, altro pilota “bruciato” troppo presto – e, a quattordici, si è trovato sballottato per il mondo a vivere in un camper, grazie ad una famiglia che si è giocata tutto, scommettendo sulle sue capacità di pilota. Se non è pressione questa, non sappiamo come definirla.
Mettiamoci che è arrivato al successo assoluto a 21 anni, per poi tornare brutalmente sulla terra l’anno dopo, quando Rossi, contro cui aveva vinto nel 2007, gli ha strappato il titolo nel 2008. Sappiamo tutti come sta andando quest’anno: malori, affaticamenti, problemi identificati inizialmente con un’anemia. Tutti sintomi compatibili con un affaticamento cronico, che hanno convinto Casey a prendersi una pausa di qualche mese, da cui dovrebbe ritornare all’Estoril.
Se consideriamo la pressione accumulata dai quattordici anni a oggi, unita a quella dei media (Stoner, a differenza di colleghi/avversari più “gigioni” ha sempre detestato la stampa e gli impegni promozionali), e di un team che, pur supportandolo e offrendogli un ambiente familiare, da lui pretende risultati, non è difficile capire come un ragazzo di quell’età possa crollare. Soprattutto dopo aver raggiunto la vetta così presto: che motivazioni può trovare un ragazzo, così? Lo stesso Doohan, prima del ritiro definitivo, ammise che, se avesse conquistato il titolo nel 1992 nonostante l’incidente, difficilmente avrebbe trovato la motivazione per tornare e diventare l’eroe che poi è riuscito ad essere.
Il problema degli atleti-bambini affligge diversi sport. Nel motociclismo quasi non ce ne accorgiamo più: dopo il mondiale dell’enfant prodige Capirossi, a 17 anni, nel 1990, ormai siamo abituati a vedere poco più che bambini – guardate Pol Espargaro, Stefan Bradl o Marc Marquez – correre già nel mondiale. Il risultato è ovvio: per qualcuno che ce la fa, ci troviamo pieni di piloti finiti a vent’anni. Chi si ricorda più di che fine ha fatto gente come Ivan Goi?
Forse dovremmo fare tutti un passo indietro, per evitare di ritrovarci con una generazione di ragazzini stritolati dallo stress, svuotati a vent’anni, senza un’educazione che gli permetta di passare dal mondo dello sport a quello del lavoro qualora lì fallissero. E, forse, spostando un po’ più avanti l’età, ci troveremmo ad avere piloti più maturi, equilibrati, in grado di gestire diversamente la pressione a cui sono sottoposti. Chi ci segue da più tempo forse ricorderà che il sottoscritto queste cose non le scopre adesso, ma le ha scritte anche tanto tempo fa, quando ogni team manager che si rispettasse si era improvvisato talent-scout e, all’inizio di questo decennio, aveva iniziato a portare quattordicenni al mondiale.
Attendiamo con ansia il ritorno di Stoner, nella speranza che la pausa – quali che siano le attività a cui si è dedicato – gli sia servita per ricaricare le batterie. Sarebbe davvero un peccato dover rinunciare ad un talento del genere. Se dovesse accadere, speriamo, senza illuderci, che la cosa convinca i poteri forti del Motomondiale a rivedere alcune logiche. E’ facile: basta alzare l’età minima per partecipare al mondiale…
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