 Dani Pedrosa, nel breve (si fa per dire) volgere di sole tre stagioni, è passato per Honda da garanzia di riconquista del titolo mondiale a pilota sacrificabile, quasi scomodo, oggetto di schermaglie fra sponsor e casa produttrice. Le voci relative all’offerta Red Bull che prevedrebbe l’arrivo di Lorenzo al posto di Dani (anche perché la ruggine fra i due è antica e ben più forte di quella fra Jorge e Valentino, visto che la stampa spagnola è sempre andata a nozze con le schermaglie fra i due…) si fanno sempre più insistenti, e non va dimenticato come la stessa Repsol, a meno che qualcuno non abbia fatto confusione, indicasse nel maiorchino il pilota necessario per mantenere il proprio impegno come main sponsor del team HRC.
Altrimenti, via, verso la Formula 1, che chiede investimenti più forti (ma stanti le attuali posizioni degli organizzatori in merito ai vincoli sul budget, neanche troppo), anche perché il santo protettore – scusate, il dirigente Repsol – sotto la cui cupola pareva operare Puig pare emigrato verso altri lidi. E la posizione (ambigua, arrogante e dannosa, permetteteci) del padre-padrone di Dani appare molto tremolante.
Facciamo una rapida analisi: il ruolo di Puig non è chiaro a nessuno tranne a Puig. In Honda, quest’inverno, ne hanno sconfessato qualunque posizione che non sia legata allo sponsor, ma Alberto non si fa scrupolo di parlare con atteggiamenti da team manager. E’ vero, è il manager di Pedrosa, e il rappresentante sul campo dello sponsor (che, oltre all’attività con Honda, è strettamente connesso al CEV), ma è evidente a chiunque che la sua “potenza” vada ben oltre quella dei suoi compiti istituzionali.
E’ anche molto forte il sospetto che il suo controllo sul pilota sia molto più oppressivo di quanto non sia salutare e lecito. Dani, lo abbiamo già detto, quest’anno è stato soggetto a operazioni chirurgiche e recuperi forzati che avrebbero stroncato piloti fisicamente ben più dotati di lui. Facendo due più due, e confrontando l’atteggiamento di Dani – il bambino con il buio negli occhi, qualcuno lo aveva soprannominato qualche tempo fa – quando lo si vede libero e quando invece ha vicino il suo manager, si fa davvero fatica a non pensare che chi prende le decisioni, in casa Pedrosa, non è Dani.
E’ evidente che decisioni del genere si prendano in situazioni estreme, quando si sa che si è davanti a qualche ultimatum. Atteggiamento comprensibile, dunque, quello di Puig, non fosse che lui rischia il posto di lavoro, Dani le ossa: un classico esempio del fare il finocchio con il culo altrui, e passateci il francesismo. Lo ripetiamo per l’ennesima volta: speriamo vivamente che le strade di Pedrosa e Puig si separino, e se il prezzo da pagare fosse il perdere lo status di pilota ufficiale in Honda, così sia. Diversamente, concordiamo con chi teme che Pedrosa potrebbe allungare la lista dei piloti che si ritirano, logorati fisicamente e psicologicamente, quando ancora avrebbero molto da dire. E sarebbe un vero peccato, sia per il manico, sia perché siamo sicuro che dietro quel ragazzino dallo sguardo serio e malinconico ci sia un pilota che potrebbe farci divertire tantissimo. E che si meriterebbe, quantomeno, di decidere da solo quando rischiare l’osso del collo e quando, invece, lasciar correre gli altri e leccarsi le ferite.
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