Chissà se dopo la pole di ieri Pedrosa si immaginava di poter fare una gara come quella di oggi. Una gara in cui Dani ha sciolto tutti i dubbi che qualcuno poteva avere su di lui. Una gara in cui è partito a razzo, in pochi giri con una staccata vincente – tanto per smentire chi ancora non si è tolto le fette di prosciutto dagli occhi e continua ad accusarlo di remissività quando è il momento di attaccarsi ai freni – si è tolto di torno Stoner e ha iniziato a girare su traiettorie che solo lui conosceva sul tracciato di Valencia.
Una vera cavalcata trionfale, fatta con nervi d’acciaio, da parte di un pilota che non ha mollato un millimetro nemmeno quando il rivale ha provato ad andare a vedere se stesse bluffando. Se le sue Michelin lo avrebbero costretto ad arrancare negli ultimi giri. E invece no, stavolta tutto ha funzionato alla perfezione, confermando che la situazione gomme, oggi come oggi, è molto equilibrato, così come deve essere quando due colossi delle dimensioni di Michelin e Bridgestone si scontrano al massimo livello agonistico. Giù il cappello per Pedrosa, quindi, che con la seconda vittoria della stagione si porta a casa la seconda piazza mondiale, e conferma il suo status di legittimo pretendente al titolo iridato 2008.
Giù il cappello anche per Stoner. Al di là delle dichiarazioni di circostanza, l’australiano evidentemente puntava sul serio ad uguagliare il record di vittorie di Rossi, per dare – se ce ne fosse ancora bisogno – ulteriore dimostrazione della sua abilità. Del fatto che, certo, la Desmosedici quest’anno è stata una moto eccezionale, ma che c’era sopra lui a ribaltare il gas come se non ci fosse stato un domani. E oggi si è visto che con Ducati e Bridgestone così forte vada solo lui, che quando le cose non vanno nel migliore dei modi lui è comunque lì davanti, caratteristica tipica dei grandi campioni. Che sia stato il meraviglioso traction control Ducati o l’anteriore Bridgestone a garantirgli quella regolarità di risultati che prima non aveva mai avuto poco importa: altri hanno il suo materiale ma non vanno altrettanto forte altrettanto spesso. Scusate se è poco.
Bisogna però parlare anche di Rossi. Valentino ha corso con il cuore sul serbatoio, fregandosene di tre fratture nella mano destra, pur di dimostrare a tutti che è ancora il migliore. Sarebbe bastato molto meno, avrebbe potuto andare a spasso per portare a casa un punticino, per assicurarsi la seconda piazza nel mondiale. E invece Vale ha iniziato a martellare come un fabbro, staccando tempi sul piede del 33 come se tutto fosse normale, e la sua mano destra fosse perfettamente in forma. Ritirarsi per l’ennesima rottura di motore non è che la dimostrazione su come vadano distribuite le responsabilità nella sconfitta di quest’anno. Le gomme avranno pesato in certi frangenti, ma abbiamo l’arroganza di pensare che non sia successo più di un paio di volte. Tutte le altre sconfitte sono arrivate perché la moto è fragile e lenta: difficile arrivare con le gomme a posto a fine gara se bisogna massacrarle sul misto per recuperare le legnate che si prendono in rettilineo. Se Furusawa crede veramente nelle dichiarazioni fatte nella conferenza stampa tecnica del sabato, meglio che il team FIAT si prepari ad un altro anno di calvario. E forse ad un anno in cui le responsabilità verranno equamente divise anche nelle conferenze stampa: Rossi non ne può più, e se anche le sue dichiarazioni sanno un po’ di arroganza, è difficile dargli torto quando sostiene che un talento del suo livello non si merita una moto del genere. Che comunque, a suo tempo, ha scelto lui…
Alle spalle dei due protagonisti è arrivato uno splendido Hopkins. Certo, il podio è ormai una prestazione a cui la Suzuki ci ha abituato, ma in poche occasioni come oggi John ha convinto sul piano della guida. Non ha commesso il minimo errore nonostante il passo furibondo di questa gara, ha girato a meno di tre decimi dal record di Pedrosa, anche se poi ha mollato una volta riconosciuta l’impossibilità di stare con Stoner, e in generale ha dimostrato che se la Suzuki è ormai considerata un’alternativa credibile alle prime della classe, il merito è in gran parte suo. Kawasaki ha fatto un ottimo affare.