Era il 6 Aprile del 2003 quando qualche dirigente giapponese ha iniziato a sudare freddo. Dopo aver messo tutti sull’attenti con un incredibile giro di Loris Capirossi durante i test IRTA di Barcellona, è stato quello il momento in cui è apparso chiaro che nessuno, a Borgo Panigale, aveva voglia di scherzare.
Allo spegnersi delle luci del semaforo, Capirossi è scattato davanti a tutti, tenendo la testa della gara per cinque lunghissimi giri, e finendo sul podio. A Suzuka, davanti al gotha delle case giapponesi. Con una moto all’esordio, fatta da una squadretta di un pugno di uomini, alla periferia di Bologna.
Incredibile? Non per chi conosce Ducati corse. Una squadra – da Domenicali a Preziosi, fino all’ultimo dei fattorini – abituata a vincere, ma che soprattutto, Honda a parte, aveva già allora un’esperienza incredibile nella progettazione di moto da corsa vincenti. Con motore a quattro tempi. Non è certo un caso che proprio Honda, attraverso le parole di Suguru Kanazawa, avesse identificato nella Desmosedici, in prospettiva, la più pericolosa fra le rivali.
La prima stagione trascorre fra il malcelato stupore di avversari ed addetti ai lavori: Capirossi e Bayliss sono sempre lì con i primi. La moto è potentissima ma un po’ scorbutica; i piloti, però, non sono deboli di cuore, anzi, e i risultati arrivano. Lo stesso fatto che qualcuno veda come una delusione la mancata vittoria nel GP del Mugello, in realtà, è un complimento: la Desmosedici è vincente, e lo dimostra già la settimana successiva, nel GP di Barcellona, quando – complice una sbavatura di Rossi – Loris non si fa pregare per andare a regalare al team di Borgo Panigale la sua prima vittoria in MotoGP.
La stagione successiva parte con tante aspettative, ma qualche decisione presa (o non presa) durante lo sviluppo, unita all’incomprensione con Michelin (che punta decisamente sull’anteriore da 16,5”, mentre Capirossi e il team si impuntano a restare sulla 17”) danno origine al peggior campionato disputato dalla squadra di Borgo Panigale. I risultati sono scarsi, e alla fine dell’anno si rinuncia addirittura a Bayliss, amatissimo dalla tribù ducatista.
L’anno dopo si decide di puntare, con una scommessa coraggiosissima (e sulla quale molti, noi per primi, si erano dimostrati scettici) sui pneumatici Bridgestone. Si preferisce sacrificare un punto fermo nello sviluppo in cambio di una maggior attenzione del fornitore, e, si spera, una maggior competitività. L’inizio di stagione non è certo esaltante, ma con il procedere del campionato, e l’arrivo delle piste su cui le gomme giapponesi rendono al meglio, arrivano anche le prestazioni di rilievo: Capirossi firma due vittorie, Checa si fa vedere in diverse gare e arriva addirittura, a Sepang, ad infastidire sua maestà Valentino Rossi. Scusate se è poco.
Nel 2006 si parte per vincere. Capirossi è una certezza, gli si affianca un Gibernau forse non più al top della forma, ma esperto e capace di appoggiare i tecnici nello sviluppo. In realtà, sarà proprio lui – dopo una serie di sfortune da fare invidia al Reggiani dei tempi d’oro – a causare il patatrac di Barcellona, senza il quale, forse, Capirossi avrebbe potuto conquistare il titolo mondiale. Ci si deve accontentare di altre tre vittorie e qualche rimpianto, ma la Desmosedici è ormai ospite fissa delle prime posizioni. E fin dal primo test al Mugello, la GP7 da 800cc fa girare più di una testa, tanto da far preoccupare nientemeno che Satoru Horiike, durante i test di Motegi, per le incredibili velocità massime staccate sui rettilinei giapponesi. Qualcuno sostiene che il consumo sarà un problema, qualcun altro, più lungimirante, inizia a pensare che l’anno prossimo la Desmosedici sarà un osso durissimo.