Made in China?

In Motocordialmente

di Carlo "Guerra" Martini, 10 dicembre 2008
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Made in China?


Il pregiudizio nei confronti dei prodotti industriali cinesi è duro a morire. Le ragioni di questa avversione sono storiche, politiche, etniche, ma soprattutto pratiche. "Made in China", in ambito meccanico, è stato per anni sinonimo di oggetto raffazzonato, realizzato con materiali di infima qualità, pronto a cedere alla prima significativa sollecitazione. Alzi la mano chi non si è visto sfaldare tra le mani un cacciavite fatto proprio lì, chi non ha letto i terrificanti risultati delle prove di crash test realizzati da Euro NCAP su automobili realizzate dagli eredi di Mao Tze Tung, chi non ha visto uno scooter di pochi mesi, con il marchio a ideogrammi, devastato dalla ruggine.

Le cose cambiano, e anche la Honda produce due ruote low cost in Cina e li vende serenamente, senza nasconderne i natali. Sul sito ufficiale, infatti, è ben specificata l'origine di ogni modello.

E' ovvio ed inevitabile che, per alcune tipologie di prodotto, le grandi industrie spostino la produzione dove la manodopera costa meno, per mantenere la concorrenzialità sul mercato.

Meno ovvio è che questa operazione venga fatta in segreto o quasi. Un consumatore deve sentirsi libero di tradurre i suoi pregiudizi (giusti o sbagliati, non ha nessuna importanza) in scelte consapevoli. Io non voglio comperare una moto cinese, non voglio contribuire alla crisi dell'industria europea, non voglio arricchire un popolo che calpesta senza vergogna i diritti umani, e ho paura che prima o poi ci invadano con le loro armate di cartone pressato. Se tutto questo non bastasse, il riso alla cantonese mi repelle. Devo quindi poter boicottare come mi pare i loro prodotti.

Però prima è necessario che io sappia che l'oggetto che sto per acquistare è assemblato in Cina, e di questo il produttore DEVE informarmi chiaramente.

Pare che alcuni marchi europei, tra cui Peugeot, non la pensino così. Prendiamo un nuovo modello della casa transalpina, il New Vivacity 50. E' uno scooterino elegante, originale, dal design accattivante, pare abbastanza ben realizzato. Ed è fatto lì. Che c'è di male? Sto cercando di capirlo; però, su tutta la parte visibile del Vivacity non c'è uno straccio di etichettina, un incomprensibile ideogramma, un segno distintivo qualunque dal quale si possa risalire all'origine del mezzo. Sul sito, nessuna informazione. Sul libretto di uso e manutenzione, idem. Insomma, la sua provenienza pare misteriosa, e per scoprirla bisogna smuovere canali non convenzionali.

Non è corretto.

Preferisco forse pagare il doppio per uno scooter, perché è assemblato da uno sfaccendato facinoroso nostrano che avvita i bulloni alla metà della coppia di serraggio prevista, per non stancarsi a leggere l'indicazione del dinamometro? Beh, sono fatti miei.

L'alacre cinesino avrebbe fatto molto meglio lo stesso lavoro, con amore e dedizione; si sarebbe onestamente guadagnato una ciotola di riso per sé e per i suoi poveri bambini, che ogni giorno porta a scuola sulla canna della bicicletta ereditata dal nonno. La sua amata moglie è morta di parto e lui è rimasto lì, nel suo tugurio, ad allattare l'ultimo nato con un biberon crepato, fatto a Shanghai.

Il mio cuore si stringe per il cinesino.

Però continuo a voler comperare una moto, un'auto, uno scooter, un cacciavite, made in Dove-pare-a-me.





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