Un limite al coraggio
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Passino la caduta e i punti persi, quello che fa male, è il caso di dirlo, è l’infortunio riportato dallo spagnolo. Frattura scomposta dell’indice, distorsione del medio, lesioni ai tendini e frattura al polso della mano sinistra. Sentito il responso ho subito pensato alla classifica iridata, ma ero sicuro che Pedrosa non avrebbe corso a Laguna Seca, solo sette giorni dopo il trauma. Pensavo sarebbe stato un atteggiamento incosciente. Sforzare la mano in quelle condizioni è già deleterio di per sè e una, non del tutto escludibile, nuova caduta, potrebbe compromettere in modo permanente la mobilità dell’arto. Ho pensato anche che, in certi casi, è meglio preoccuparsi della propria salute. Il campionato è importante, vitale per un pilota professionista, ma una mano dovrebbe essere un bene ancora più prezioso. Navigando in rete scopro invece che Pedrosa è già negli States, che venerdì proverà a correre e che un sacco di gente dai forum di tutto il mondo, incoraggia Daniel a salire in moto come se nulla fosse. Incita questo piccolo eroe che lotta contro il dolore, armato di coraggio e abnegazione. Non vorrei rovesciare l’olimpo, intaccare la sacralità dello sport che tanto ci appassiona, ma trovo questo approccio deplorevole. Capisco la passione, il fuoco della competizione, l’inestinguibile sete di primeggiare, ma mi pare che si stia eccedendo. Una persona con tali traumi dovrebbe starsene a letto con buona pace di sponsor e team manager che, a mio avviso, da soli forniscono buona parte dei motivi per risalire in sella. Ricordo un Capirossi uscito vivo per miracolo dal botto di Barcellona 2006 che chiedeva di correre subito. Più di recente, Lorenzo, che veniva issato a braccia sulla moto. Mi chiedo, ora, dove finisca un atteggiamento da mitizzare e dove inizi la follia. Il motociclismo è uno sport pericoloso, ma non è uno sport da incoscienti. Mi fa specie vedere i piloti, riunirsi nella Safety Commission, decidere l’allargamento delle vie di fuga, l’introduzione degli air fence e non spendere una parola per decidere, di comune accordo, di non correre in certe condizioni. Per come la vedo ci vorrebbe un comitato medico in grado di dare o negare il benestare a scendere in pista. Il pilota è sì un individuo dotato di libero arbitrio, ma, credo, non sempre lucido e consapevole delle sue scelte. Correre con infiltrazioni di antidolorifici ad anestetizzare un braccio malandato, non porta di certo a standard di sicurezza elevati. Niente e nessuno può garantire riflessi e sensibilità in tali condizioni. Aggiungo una considerazione volutamente provocatoria. Capita di conoscere o sentir raccontare di persone che hanno subito traumi in seguito ad incidenti in moto. E’ straziante vedere come abbiano dovuto abbandonare o ridimensionare la loro passione e, in alcuni casi, anche il loro modo di vivere. Dare un messaggio di maggior rispetto per la salute e la persona sarebbe un gesto doveroso anche per chi non ha a disposizione fior fiore di specialisti e la Clinica Mobile. Ecco, la Clinica Mobile, la casa dei piloti. Sono il solo a pensare che dovrebbe curare e non solo rimettere insieme i cocci in modo da ributtare nella mischia il prima possibile quelli che, in fondo, sono ragazzi in carne e ossa come tutti noi? |
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Rome
No, non sei il solo, io personalmente ti quoto in pieno come già più volte sostenuto nel forum.
A giocare con il fuoco prima o poi ci si brucia, e non vorrei mai che si debba un giorno commentare il supremo sacrificio di un eroe dello sport.
diamoci una calmata PRIMA, non piangiamo dopo!
Inserito: 18 luglio 2008
Rome
il commento sopra e' mio, anonymous a tua sorella PC dei miei stivali!:)))
Inserito: 18 luglio 2008
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