
C'è stato un tempo, se ne ricorderanno i meno giovani, in cui la sigla CBR600F era il sinonimo di "media supersportiva". Nata nel 1987, la quattro cilindri Honda presentò le sue credenziali malmenando una vera leggenda dell'epoca come la Kawasaki GPz600R. Quando Yamaha capì l'importanza del segmento 600 (Suzuki ci mise quasi 10 anni, visto che in Europa abbiamo dovuto attendere il 1997 per vedere la prima GSX-R600), e presentò la sua FZR600, la casa di Tokyo non si fece troppo pregare per rispondere per le rime: prima una leggera revisione, nel 1989 - qualche cavallo in più e grafiche rinnovate - ma, soprattutto, con quel modello 1991 che trasformò la CBR in una leggenda imperitura. Oltre 100 cavalli, meno di 190kg: all'epoca erano numeri da causare vertigine in molti.
I tempi sono cambiati, pian piano: con la nascita del mondiale Supersport sono arrivate proposte più radicali, vittime di meno compromessi. La cosa non ha impedito alla CBR-F di vincere il primo di una lunga serie di titoli con il team Ten Kate, per poi cedere il passo, nell'uso più "incarognito", alla sorellina RR. Restando però a listino, per di più in veste di best seller, per tanti anni. Non riesce mica a tutti, e sicuramente non tutti i giorni, il miracolo di creare una moto tanto versatile. Quando Honda l'ha pensionata, c'è stata quasi una sollevazione popolare.
Inevitabile che molti abbiano provato qualche brivido nel momento in cui, ad EICMA, quest'anno sia rispuntata quella magica sigla di quattro lettere, unita alla cilindrata 600. Lacrime di commozione e festeggiamenti, trasformatisi però in qualche naso storto quando sono arrivati i primi dettagli tecnici. Perché? Sulla carta c'è poco che non vada sulla media Honda, la potenza è quella giusta, c'è l'ABS, il peso non è stato dichiarato ma si immagina relativamente contenuto, le quote ciclistiche lasciano intendere una moto gradevole da guidare e senza eccessi... No, la colpa della CBR-F, agli occhi di alcuni (pochi o molti non sapremmo dire, ma sicuramente rumorosi...), è la parentela con la Hornet.
Già, la Hornet. Nata, guarda caso, da una costola (il motore a carburatori e alcuni particolari ciclistici) della CBR-F nel 1997, è diventata una moto di successo epocale - uno dei modelli che, possiamo dirlo senza timore di smentita, ha sdoganato il segmento delle naked dall'immagine di moto tristemente economica e noiosa. Con il passare degli anni, il legame di parentela si è allentato con la CBR-F per stringersi con la RR - inevitabile, dal momento che è stata la sportiva la destinataria dell'impegno Honda in termini di sviluppo.
Ora, il cerchio si chiude. La motorizzazione della CBR-F fa il giro inverso: la sport-tourer Honda eredita dalla naked il quattro cilindri in versione "umana" per l'uso stradale, e forse, guardandoci bene, anche il telaio monotrave in alluminio mostrerà qualche somiglianza interessante con la nuda della casa dell'ala dorata. Il punto, però, è: perché dovrebbe essere una colpa? Il segmento delle naked è diventato importantissimo, decisamente più importante di quello delle medie sportive. Le sportivette scarenate vendono ben meglio delle cugine impegnate nei campionati SS sulle piste di tutto il mondo, e di conseguenza ricevono quantomeno altrettante attenzione, in fase di definizione, aggiornamento e sviluppo, di queste ultime. Se una volta il definire un modello stradale "derivato dalla media naked" vi avrebbe fatto vincere facilmente una scommessa sul fatto che si sarebbe rivelato noioso, monocorde, e appetibile solo per un pony express parigino, oggigiorno quella derivazione, delle due, ci sembra più identificabile come garanzia di qualità e solidità della sostanza del modello. Si sa, il motociclista è incontentabile e inguaribilmente conservatore, e quando si tocca un mostro sacro come la CBR-F si rischia facilmente di suscitare ire e alti lai. Ma stavolta, date retta, ci sembrano decisamente ingiustificati. I tempi sono cambiati, facciamocene una ragione. E già che ci siamo, cambiamo i nostri parametri di giudizio, ci si fa miglior figura...
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