La fretta è, oltre che cattiva consigliera come dice il proverbio, spesso foriera di errori. Se poi ci si mette un nome che può trarre in inganno, la frittata è garantita. Nel pezzo di ieri relativo alla malaugurata chiusura di MV Agusta Corse, il nostro – mio – rammarico viene espresso per il futuro dell’attività sportiva. In realtà, come del resto sapevo ma nella fretta (eccoci) ho dimenticato, l’attività del centro sammarinese è legata alla realizzazione di accessori, parti e versioni speciali complete partendo dai gioielli Made in Schiranna.
Chiediamo venia, oltre a ringraziare l’ingegner Cesare Fani per la gentile puntualizzazione, e provvediamo a dare rettifica a quanto scritto. A titolo personale, però, terrei a sottolineare come il concetto di fondo che il pezzo voleva esprimere resti valido: la tendenza – tutta italiana, mettiamoci anche la RSM – ad incolpare lo stato e il destino cinico e baro quando un’azienda va male non è una buona abitudine. Soprattutto quando il capitano d’industria che la gestisce ha un pregresso noto e difficilmente dimenticabile: la Ducati, come puntualizzavamo, è salva solo per la cessione a TPG. E’ vero, è stato proprio il personaggio in questione a strapparla alla produzione dei motori diesel per VM ai tempi della proprietà statale, ma è stato lo stesso personaggio che si è trovato in fortissime ambasce con i pagamenti ai fornitori dell’epoca pur avendo in gamma dei best seller come, appunto, Monster e 916. E il successivo balletto che coinvolge Proton (che compra per 70 milioni di euro e rivende per 1) e svariate cordate bancarie non migliora l’immagine, anzi, ricorda da vicino diverse "evoluzioni" marcate De Tomaso.
Massima solidarietà, comunque, ai (brillanti) ragazzi che lavoravano per MV Agusta Corse. Siamo sicuri che, dato il loro talento, non faticheranno a venire reclutati da altre aziende del settore. Noi stiamo alla finestra, pronti a festeggiare quando al marchio italiano verrà garantita la stabilità e la serenità che si merita. Chiunque sia a dargliela.