Osservare la diretta da Monza, domenica, ha avuto l’effetto di un viaggio
“con la mia personale macchina del tempo”, come amava dire il nostro compianto Gabriel Pirini. Un tuffo in un passato in cui non ero neanche maggiorenne, e in cui tutto ora sempre più bello – anche un viaggio dalla mia Modena fino a Misano condotto con mezzi di fortuna, litigando con ferrovieri e tassisti, e finito nella più totale disorganizzazione ritrovandomi bagnato, infreddolito e… nel bel mezzo di Misano monte, lontanissimo dalla maledetta stazione dei treni.
Era il 1989, quello dello sciopero dei piloti. Sono passati circa ventitré anni – perché anche il mese era quello – ma certe cose non sono cambiate. Nella fattispecie, una gestione approssimativa di situazioni del genere.
A Misano i piloti dissero che i vari tipi di asfalto, con l’aggravante della salsedine ben nota a chi ha mai girato o corso al Santamonica (lo so che non si chiama più così, ma per me il nome resta quello…), sul bagnato erano più scivolosi di una saponetta nella doccia. Probabilmente avevano ragione, ma all’epoca l’impressione fu che comunque lo sciopero – tutti i top riders si rifiutarono di correre – fosse più una prova di forza da parte dei piloti, allora poco considerati in casi del genere, che non la manifestazione di una reale paura che qualcosa potesse succedere.
Fatto sta che ci fu un balletto di giri di ricognizione dei piloti, false partenze, giri in auto di Eddie Lawson con la direzione gara e l’organizzazione del Gran Premio (paradossalmente, se la memoria non mi inganna, proprio Flammini Racing che all’epoca curava i GP d’Italia e di San Marino…) e poi, alla fine, le braccia incrociate di diversi piloti – tutti gli ufficiali, tranne Pierfrancesco Chili. Iniziamo con il precisare che la decisione di correre di chi allora lo fece, con ogni probabilità, aveva poco a che vedere con il rispetto per il pubblico, e molto invece con le pressioni esercitate dai team manager (si vocifera di ricatti economici) e la possibilità di aggiudicarsi succosi premi d’arrivo per chi, normalmente, puntava alle posizioni oltre la decima con diversi giri di distacco.
Andò a finire con uno spettacolo pietoso, con la NSR di Chili e uno sparuto gruppetto di
Honda RS a tre cilindri e
Suzuki RGB d’anteguerra ad esibirsi in una decina di traballanti giri in equilibrio precario, con curve a moto verticale e momenti di gloria per gente come Rudroff, Buckmaster, Schmassmann – che si beccò comunque due giri. Chili conquistò la sua unica vittoria in 500 della sua carriera, e al passaggio sul traguardo fu sarcasticamente applaudito da Lawson come “crumiro”.
A Monza, ne sono sicuro, si sarebbe visto un altro genere di spettacolo, tanto in gara-1 che in gara-2. Ma non voglio parlare di sicurezza dei piloti – per due motivi: il primo è che il periodo è a dir poco nero e ho sempre messo la salute di chi corre davanti a tutto, compresi di diritti di organizzatori e pubblico. Il secondo è che non ero sul posto, e mai mi sognerei di dare del bugiardo a chi, fra i piloti, sosteneva che mettersi a tirare lì dentro – perché Monza è una “pistaccia”, vecchio stile e molto pericolosa – fosse realmente troppo rischioso.
Il punto è un altro: che bisogna fare in modo che questo sospetto non abbia nemmeno ragione d'essere. Cominciamo con lo scagionare Pirelli, alla quale era difficile umanamente chiedere di fare più di quanto abbia fatto – a differenza di altri, la casa milanese ha una gomma intermedia fra le sue proposte, che però i piloti non hanno voluto usare senza motivare in dettaglio la scelta o limitandosi ad un “non la conosciamo a sufficienza”. Inoltre, per offrire un’ulteriore possibilità di scelta, e sfruttando la vicinanza logistica, i tecnici Pirelli hanno provveduto a scolpire durante la notte un congruo numero di slick SC0. La domenica sembrava che nulla fosse cambiato, e che la scelta continuasse ad essere fra rain e slick.
Il vero problema è che molti fra i piloti in griglia, e fra quelli con “diritto di parola”, si trovavano in palese conflitto d’interessi nell’esprimere una scelta. A questo punto, già dopo gara-1, erano organizzazione e direzione gara a dover prendere posizione. Si corre, punto e basta: hanno corso le stock, dove la Panigale di Savadori e La Marra aveva fatto segnare velocità di punta più alte della 1198 di Checa. Chi non ne aveva voglia poteva rientrare ai box. Certo, considerando il periodo nero che stiamo vivendo, è facile intuire come prendere la decisione di far rischiare la cotenna a qualcuno non dev’essere facile, ma certi teatrini fanno davvero un gran male all'immagine (e alla sostanza) di uno sport come la Superbike, che proprio non se lo merita.
Guardando il lato positivo, nel 1989 lo sciopero dei piloti e la successiva “farsa in tre atti” di Spa-Francorchamps, sempre innescata da una pista pericolosa e condizioni di bagnato fecero si che i piloti iniziassero a contare qualcosa quando c’era da parlare di sicurezza, dando origine a un organo collegiale con una rappresentanza dei piloti sfociata poi in quella Commissione Sicurezza che ha preso le mosse, nel 2003, dalla tragica scomparsa di Daijiro Kato. Speriamo che anche la farsa monzese abbia ripercussioni positive. Nella fattispecie, che l’associazione elegga a proprio rappresentante un pilota, magari appena ritiratosi dalle competizioni, che sia in grado di dare un parere derivante da un confronto continuo con gli ex colleghi filtrandone i conflitti d’interesse. Non si può sperare che tutti siano dei signori come Carlos Checa…