Ci sono giornate che non vanno come uno si immaginava. Giornate in cui uno si immagina una scaletta da seguire, e che invece prendono una vita loro, perché quando si inizia a parlare con persone che vivono la loro professione con passione è difficile restare sui binari – troppi aspetti interessanti da sviscerare, troppi aneddoti da raccontare ed ascoltare avidamente, troppe cose da vedere. Nella nostra giornata qui in Dainese è andata esattamente così: avevamo domande, temi da trattare, ma dopo i primi cinque minuti, la conversazione si è svolta assolutamente a ruota libera. Più che naturale, dopo che Federica Marti, la PR a cui dobbiamo la possibilità di realizzare questo servizio, ci “lascia” nelle mani di Vittorio Cafaggi, responsabile sviluppo strategico e vera e propria colonna portante di Dainese, e David Manzardo, hardware product manager.
PISTA O STRADA?
Era da tempo che volevamo realizzare questo servizio. Un servizio in cui l’obiettivo era sfruttare l’attività di Dainese, che “serve” alcuni fra i migliori piloti di MotoGP e Superbike, ma allo stesso tempo anche Guy Martin, specialista delle corse stradali irlandesi, per capire, al di là di polemiche ed eventuali falsi miti, quanto fossero diverse le richieste, e dunque le risposte, in termini di protezione. Stiamo parlando di due ambienti molto diversi: il TT si corre su strada, senza le caratteristiche di (relativa) prevedibilità nelle dinamiche di caduta e impatti che invece si possono trovare in pista. Volevamo dunque partire da questo presupposto per capire quanto fossero uguali o diverse le esperienze e, a questo punto, le ricadute sulle produzioni di serie, dal racing ai capi più marcatamente stradali.
SE FUNZIONA DA UNA PARTE, FUNZIONA DALL’ALTRA
Cafaggi al sentire la domanda sorride e scuote la testa, come a dire “Da dove comincio?”. “Iniziamo con il chiarire una cosa: pretendere di rendere sicuro il TT è come pretendere di svuotare il mare con un cucchiaino. Detto questo, se avete mai visto le immagini della caduta di Martin nell’edizione 2010 (potete vederle in un video qui), vi renderete conto che riuscire a far sopravvivere un pilota dopo una situazione del genere significa… avere un cucchiaino piuttosto grande”. Concordiamo, ma a questo punto ci interessa sapere quanto hanno in comune la tuta di Martin e quella di Rossi o Biaggi. “Tutto”, continua Cafaggi. “perché una protezione che funziona, funziona e basta. Ci piace pensare di averlo imparato e dimostrato in trent’anni e passa di carriera; certo, nell’uso racing, ma non solo, è necessario considerare anche altri fattori. Non ha senso proteggere perfettamente un pilota, ma anche un cliente stradale, se non lo si mette in grado di muoversi correttamente o lo si chiude in un forno che ne annichilisce il cervello nel giro di una ventina di minuti. La sicurezza passiva è importantissima, ma se pregiudica quella attiva diventa un’arma a doppio taglio.”
OMOLOGAZIONI: CERTO, MA NON SOLO
In effetti, Dainese da tempo combatte una guerra “culturale” nei confronti di determinati preconcetti relativi alla sicurezza, che vedono nell’esito dei test di omologazione l’unico elemento validante di una protezione. “Le omologazioni sono importantissime”, continua Cafaggi. “E ci sono servite anche per valutare alcuni nostri prodotti, per così dire, ‘con occhi nuovi’. Ma non devono essere l’ultima parola, bensì una semplice porta d’ingresso, che stabilisca un livello minimo di protezione offerta: anche senza scendere nel dettaglio su prove che misurano solo l’assorbimento dell’energia cinetica dovuta all’impatto e non la sua dispersione” e ci volge un’occhiata molto eloquente. Bisognerebbe poi riuscire a far notare altri valori della protezione, come per esempio la sua leggerezza o le caratteristiche d’aerazione, come nelle ultime versioni del paraschiena Wave o nella protezione sulla spalla vista sulle tute di Hayden e Rossi, che incorpora una presa d’aria: tutti fattori che migliorano la sicurezza attiva.
PROTEZIONE DEMOCRATICA
Insomma, le omologazioni non sono tutto. E soprattutto, bisogna sempre trovare il giusto compromesso – Vittorio coglie l’occasione per citare una simpatica definizione: la ‘protezione democratica’, concetto di grande buon senso che guida spesso Dainese nella definizione dei propri prodotti. “Se faccio abbigliamento urbano, per gente che va in ufficio o a prendere l’aperitivo, non posso mandarli in giro come un pilota della MotoGP o il gran turista in marcia per Capo Nord, se no i casi sono due: o non indossano l’abbigliamento tecnico, o smettono di andare in moto“. E ci si perde tutti. Meglio quindi offrire una protezione leggermente meno efficace, ma che sia tollerabile anche per chi vuole arrivare al locale dell’aperitivo senza sembrare reduce da una speciale della Dakar, o in ufficio con la giacca e la cravatta in condizioni ragionevoli.