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Yesterbike

Ducati Paso 750, top model

09 gennaio 2008
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Ducati Paso 750, top model

di "Lupo"

Porta il nome di un grande del passato la sportiva Ducati che, nel 1986, anticipò le mode e impose alle Case giapponesi i dettami estetici del momento. Un’idea grandiosa, che ancora oggi merita di essere ammirata.

MAI come in questo caso il titolo di questa rubrica dedicata alle moto di qualche anno fa è più idoneo a esprimere le sensazioni che, in questo momento, scorrono nelle vene di chi vi scrive. Nostalgia fa rima con malinconia e non ce ne vogliano i nostri lettori se è con un pizzico di quest’ultima che narriamo di un grande sportivo a cui la Ducati rese onore dedicandogli nel 1986 una splendida  settemmezzo sportiva.

Renzo era un uomo semplice. Con gli occhiali. Ed era un campione. Un uomo disponibile, con la sigaretta in bocca ed il sorriso facile, che guidava la moto come solo lui sapeva fare. Notoriamente era l’antidivo per eccellenza e chi mastica di moto e di motori non può non ricordare lo spietato dualismo che negli anni Settanta divideva il cuore degli appassionati. Chi tifava per il grande Ago e chi invece fremeva per il generoso Paso, due grandi piloti divisi dal carattere antitetico, ma uniti da un grande rispetto reciproco e dalla passione per le moto. La carriera di Renzo, costellata di successi, finì nel 1973 a Monza, ma nessuno ha dimenticato la magia degli eterni duelli in pista con Agostini, Villa, Lansivuori, Lega e tanti altri, fra cui Jarno Saarinen, il grande campione finlandese con cui condivise il proprio destino il 20 maggio del 1973.

OK, ora basta. Smettiamola di tirar su col naso e strizziamo il fazzoletto umido, probabilmente Renzo ci piglierebbe in giro vedendoci così piagnucolosi, e pur di far valere la sua generosa indole, con una sonora pacca sulla spalla ci esorterebbe a fare un bel giro su quella moto che porta il suo nome, su quella bellissima macchina che fu la Ducati 750 Paso, che al suo apparire nel 1986, cogliendo tutti di sorpresa, invertì la tendenza del “tutto in vista”, tipica esternazione della sportiva italiana con motore e telaio ben palesati, con un più enigmatico ma altrettanto conturbante “sotto il vestito, tutto”.

Prima di “alzare le gonne” alla Paso 750 per vedere cosa c’è sotto, è opportuno guardarsela bene bene così com’è, fiera e slanciata, ammantata dall’immancabile livrea rossa. L’impatto visivo era eufemisticamente suggestivo con la carenatura integrale a fare da assoluta protagonista, esteticamente mossa da sapienti quanto indispensabili prese ed estrattori d’aria, atti a favorire il necessario raffreddamento della meccanica, ed indicati per evitare goffaggine e monotonia certamente facili in un insieme così compatto ed ermetico. La vista frontale era forse la più originale, con il grande faro rettangolare a fare da protagonista, sottolineato dalla griglia di protezione della presa d’aria anteriore e sovrastato dall’originalissimo cupolino privo di plexiglass. Al resto pensavano le grintosissime prese d’aria laterali che si occupavano del raffreddamento del doppio radiatore dell’olio, “sfogando” il calore lateralmente al corpo macchina. Scorrendo visivamente la Paso 750 si apprezzava immediatamente la perfetta raccordatura di ogni volume: l’accoppiamento delle plastiche era di ottima esecuzione, con la sella incavata e ben armonizzata col grande serbatoio, rifinita da un codino discreto poco invadente, inglobante il gruppo ottico posteriore e vezzeggiato dallo spiritoso maniglione a disposizione del passeggero.

La parte bassa era opportunamente alleggerita da una pennellata di colore nero, mentre a compattare ulteriormente l’insieme contribuivano i cerchi di 16” Ø che oltre a mostrare il bel disegno a triangolo, influivano non poco sulle caratteristiche di guida della bicilindrica italiana. Un bel passo in avanti era stato fatto anche per quanto riguarda le finiture che raggiungevano livelli particolarmente gratificanti: i comandi al manubrio erano pratici e ben realizzati - è ancora viva in chi scrive la sensazione di morbidezza offerta dalle sofficissime manopole - con leve ben sagomate e poco faticosa da azionare, mentre i comandi a pedale, integralmente in lega leggera, apparivano come dei veri e propri gingilli da esporre in una vetrina di gioielliere. Bellissimo inoltre il cruscotto di puro stampo automobilistico a cui non mancava praticamente nulla, e con cui è opportuno considerare un parallelo con le attuali strumentazioni, quelle che equipaggiano le moderne super sport, dotate di strumenti certamente funzionali ma impersonali che fanno rimpiangere il caloroso “colpo d’occhio” offerto dalla strumentazione della Paso 750.

 

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