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Racconto : Due ruote da rapina !

29 maggio 2006
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<b>Racconto : Due ruote da rapina !</b>

“Con questa qui non c’è madama che tenga…” mi disse Doc guardandomi dritto negli occhi. Lo guardai di rimando per capire se stava cercando di coglionarmi o era serio. Poi girai lo sguardo tutto intorno in quella officina sporca ed ingombra ovunque di ogni sorta di pezzi, i miseri resti di tante e  quotidiane autopsie meccaniche. Quindi mi misi ad osservare con attenzione l’oggetto della nostra trattativa.
“E…?..?” dissi, accompagnando con un inequivocabile gesto della mano il mio invito a proseguire.
“Beh, della moto originale sono rimasti praticamente solo il telaio e la pelle esterna… i tubi dei freni sono del tipo in treccia d’alluminio, sulle pinze ho montato pastiglie con mescola racing, la frizione è in rame a presa diretta, ho eliminato tutto il superfluo…” lo lasciai proseguire con calma, senza interrompere. In qualche modo mi affascinava il modo che aveva Doc di descrivere le sue creature. Mi faceva pensare ai padri orgogliosi alle cerimonie di laurea dei propri figli.
“…ma è il motore la vera bellezza: pressione di iniezione alzata del 30%, cilindrata maggiorata, pistone alleggerito, biella con spinotti rinforzati, condotti lucidati a specchio…e poi il mio piccolo grande capolavoro…guarda un po’ qui!…”
“Qui dove?”
“Qui, dietro a questo carter. E’ praticamente invisibile, ma questa è una vera bomba!!”. Lo squadrai sorridendo. Non sapevo bene se ammirarlo o compatirlo. Era l’unico che io conoscessi in grado di installare un sistema NOS su un maxi scooter.  
“Qui sono riuscito a sistemare la mia piccola bomba segreta…il protossido. Non ha molta autonomia ma ti può garantire 20 secondi alla velocità della luce! Questa roba qui, amico mio, ti dà un calcio nella schiena che ti sembrerà di decollare per la luna…e durante il decollo la madama la vedi scomparire nello specchietto… questo te lo posso garantire!”. Lo disse con una enfasi da venditore scafato, ma nell’aspetto sembrava uno strano bambino schizofrenico immerso nel parco dei divertimenti da lui stesso inventato. C’era da credergli solo a guardare quella sua aria un po’ malinconia, stretto nella sua tuta da meccanico lisa ed imbrattata d’olio, con quei ridicoli capelli arruffati e quel mezzo sigaro in bocca sempre spento. Eppure con i motori ci sapeva davvero fare, questo bisognava ammetterlo. Era senza dubbio il migliore nel suo genere.
“Vai avanti Doc” dissi conciliante e curioso.            
“Ok… il protossido lo attivi con il pulsante rosso del clacson. La mini bombola è divisa in due sezioni uguali per un massimo di due iniezioni continue fino ad un massimo di 10 secondi l’una. Puoi parzializzare in più iniezioni, ma non per meno di 2 secondi l’una. Se chiudi il gas, automaticamente si chiude anche la valvola di iniezione e l’erogazione si interrompe all’istante” - esitò un attimo e poi proseguì – “Se lo pigi due volte di seguito e tieni sempre spalancato il gas ti dà fino a 20 secondi di iniezione continua… ma in questo caso…” mi guardò colpevole, come se lo strano bambino avesse appena rotto il giocattolo che stringeva tra le mani.
“Beh!?...”
“Eh… non sono sicuro che il motore riesca a reggere così tanto… - ammise candido quasi scusandosi – potrebbe forse farcela una prima volta, ma neanche questo  posso garantirtelo…”.
“E vorrei anche vedere..! – pensai tra me – ma qual è quel cazzo di motore che riesce a reggere venti secondi con una iniezione continua di protossido di azoto e benzina…”. Doc era essenzialmente un geniale bastardo; sapeva mettere le mani su qualsiasi motore e tirarne fuori il meglio, ma quando si parlava di meccanica e prestazioni non poteva fare a meno di essere sincero e trasparente. Questa era una sorta di etico del tutto personale che gli permetteva di distinguere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Semplicemente. E nel nostro ambiente di merda un barlume di onestà era una qualità che nella maggior parte di noi non riuscivi a trovare neanche a pagarla in diamanti.
“Va bene, è quello che fa al caso mio, lo prendo!” dissi convinto “Ti do la metà subito ed il resto a cosa fatta”.
“Eh no, bello mio, non esiste! Non erano questi gli accordi…– protestò – non si è mai vista una vendita a rate di una moto da rapina”. Appena uscito dal suo universo di balocchi, il primitivo istinto di sopravvivenza aveva ripreso il controllo su di lui. Il coltello dalla parte del manico lo teneva lui. Senza un mezzo adeguato non puoi neanche pensare di ritirare la pensione all’ufficio postale, figuriamoci organizzare una rapina ad un furgone portavalori, blindato e scortato.
“Forza Doc, lo sai che la crisi c’è per tutti – cercai di scherzare ed allo stesso tempo di essere conciliante – e poi dimmi da quanti anni ci conosciamo e quante volte con me ci hai mai rimesso un solo centesimo…!?” Sapevo dove andare a colpire ed anche questa volta capii di aver centrato il bersaglio, quando di rimando si limitò a guardarmi torvo e con la bocca semichiusa, come se cercasse nei miei occhi il ricordo di qualcosa che non riusciva più a trovare. Provai ad insistere: “E dai Doc! Lo sai che per me non è un bel momento, ho bisogno di tirarmi di nuovo su le costole. Come cazzo la faccio sennò questa merda di rapina…a piedi…!??”. Dovette trovare divertente l’immagine di me che con la pistola in mano uscivo dalla banca e scappavo a piedi perché alla fine disse: “OK per questa volta vada così, ma le riparazioni me le paghi poi tutte e subito, senza fiatare! Pochi, maledetti e subito. Ci siamo capiti?” mi guardò risoluto “E guai a te se ti azzardi a dire in giro di questa nostra cosa. Se mi viene nelle orecchie, incomincia pure ad allenarti perché la prossima rapa la fai poi davvero a piedi…!”
“Ok, siamo d’accordo…sei sempre il migliore Doc…!” dissi mentre gli stringevo la mano al nostro modo – “Vaffanculo Max, risparmiati le prese per il culo. Pensa piuttosto a non farti beccare e a portare a casa la pelle. Non voglio doverci rimettere dei soldi per averti fatto l’ennesimo favore”. Era il suo modo di augurarmi buona fortuna e di farmi sapere che, in fondo, anch’io gli ero simpatico. 

di Andrea Roggero

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