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Piloti e protagonisti

Wayne Rainey

(20 aprile 2000)

Edoardo Licciardello


C’è stato un periodo, dalla fine degli anni ’70 all’inizio degli anni ’90, in cui la classe 500, dominata da piloti di lingua anglosassone, è stata una forgia di eroi. Piloti dall’abilità e dal carisma ineguagliabili, guerrieri determinati e capaci, personaggi che dentro un circuito hanno esaltato le platee di tutto il mondo. I loro nomi hanno monopolizzato i podi di questi anni, ridicolizzando i precedenti campioni e creando leggende fatte di sorpassi, derapate e impennate. Chiunque abbia avuto la fortuna di poter assistere alle loro sfide non può non averle ben impresse nella memoria e rimpiangere quel periodo, di cui solo due protagonisti sono ancora in sella alle oramai dome 500, moto un tempo più simili a draghi sputafuoco che non ai docili strumenti alla portata di qualunque buon pilota che oggi corrono nel Motomondiale.

Ognuno di questi piloti, a partire dall’antesignano Kenny Roberts fino all’ultimo degli immortali, Michael Doohan, hanno goduto di più o meno seguito del pubblico, spesso non in maniera proporzionale ai loro risultati ma piuttosto alla loro spettacolarità. Così vediamo che il vero mito della fine degli anni ’80 è stato uno spesso inconcludente texano, vincitore di tante battaglie ma di una sola guerra, e che il suo naturale antagonista, il ben più concreto ma meno entusiasmante Wayne Rainey, ha goduto di molto meno successo presso i fan di tutto il mondo.

Intendiamoci: meno entusiasmante per quei tempi, in cui rimonte di dieci secondi a suon di uno al giro, sorpassi in staccata a ruote bloccate o in accelerazione con la moto di traverso e magari anche su una ruota sola erano cose di tutti i week-end di gara; al giorno d’oggi un Rainey sarebbe considerato un folle spericolato. La sua capacità di guidare la moto di traverso, "sopra i problemi", come lui stesso amava dire, è rimasta praticamente ineguagliata: un’infanzia spesa tutta sui circuiti di dirt-track gli hanno insegnato a controllare moto strapotenti ma dalla ciclistica non a punto come se fossero tricicli a pedali. Era normale vederlo nelle retrovie, soffocato dalla cronica inferiorità della sua Yamaha, nei giorni di prove. Ma quando alla domenica scattava il verde, era altrettanto normale assistere al miracolo del vederlo guidare con quella capacità dei veri campioni di non arrendersi mai e dare sempre tutto quello che hanno, il più delle volte portando a casa risultati tanto improbabili da rovinare più di un incauto bookmaker.

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