Piloti e protagonisti

Valentino Rossi: che spettacolo la stagione 2004!

Edoardo Licciardello 25 ottobre 2004    Invia ad un amico


Sorvolando sulle misure di disturbo della Honda, che hanno impedito a Rossi di provare la Yamaha prima della scadenza dei termini del contratto (cosa che denotava, al di là della facciata, un certo nervosismo da parte della casa di Tokyo…), già dai primi test di Sepang – trasformati da Yamaha in happening mediatico, con tanto di pitlane chiusa al pubblico e alla stampa – sono emersi due dati.

Il primo, facilmente intuibile, è che la Yamaha M1 era stata ampiamente sottovalutata, a causa di piloti non all’altezza e di un reparto corse che, non confidando troppo nelle capacità di questi ultimi, non aveva investito troppo nello sviluppo. Sviluppo peraltro anche male indirizzato: a parte l’aberrante scelta di Kocinski come sviluppatore iniziale della quattro tempi Yamaha, Biaggi e Checa hanno più volte detto di avere esigenze contrastanti, ma entrambi rivendicano di aver indicato già da tempo le modifiche poi effettuate per Rossi. Che si mettano d’accordo, a meno che non vogliano che si dia ragione al comico migliore del mondiale, Barros, che ha dichiarato che Rossi ha vinto su una moto sviluppata da lui.

Tralasciando meriti precedenti, il secondo elemento emerso – per chi ancora fosse stato scettico – fu che Rossi era in grado di fare la differenza, e che sarebbe stato fin dall’inizio competitivo. Fatto ribadito nei successivi test a Phillip Island, Jerez e ancora di più a Barcellona, quando in condizioni meteo quantomeno incerte Rossi, con un po’ di fortuna dalla sua parte, riuscì a mettersi in casa la seconda BMW Z4 nel giro di pochi mesi “fregando” tutti con il miglior tempo in qualifica.

Facile quindi pronosticare un Rossi protagonista. Più difficile immaginarselo vincente fin da subito. E invece, Valentino ha sgretolato la monolitica sicurezza degli avversari fin da Welkom usando una strategia ampiamente collaudata dal suo predecessore, Michael Doohan. Una strategia semplicissima: seminare il panico (shock and awe, come dissero gli americani un paio di anni fa…) negli avversari dominando fin da subito ogni singolo turno di prova, cronometrato o meno. Sintomatiche le parole di Jeremy McWilliams, che disse come nessuno riuscì a trattenersi dal fare una grassa risata davanti alle facce degli uomini HRC in attonita contemplazione delle classifiche ufficiali delle prove.

Come è andata la gara lo sapete tutti. Ed è nell’immagine di Rossi seduto contro le protezioni a bordo pista, esausto, incredulo e felice, che si concentra tutta la storia di questo mondiale. Un Rossi che ha saputo battere il Biaggi dei giorni migliori, che non si è mai arreso nemmeno per un secondo, che ci ha creduto sempre e non si è mai accontentato. Che ha mostrato lucidità nei momenti cruciali, capendo che non poteva permettersi di far andare via Biaggi o di addormentare la gara, ma che era necessario forzare sempre, far consumare le gomme al rivale e costringerlo a lottare sul finale nelle condizioni che piacciono a lui: con le gomme in aderenza precaria. Una gara necessaria a mettere subito dubbi nella testa degli avversari, a farli lavorare sull’emergenza. Tattica che sicuramente avrebbe avuto effetti ancora più devastanti se il meteo non avesse giocato un brutto scherzo a Valentino nella gara successiva.

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