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Film sul dubbio....
| Tra le molte decine di adolescenti alla ricerca dell'esplosione amorosa e dell'identità sessuale che hanno invaso gli schermi quest'anno, da un estremo all'altro, da "American Pie" a "Come te nessuno mai", arrivano con Fucking Ämäl (titolo metà misterioso metà eloquente di un film premiatissimo e di grande successo in Svezia, candidato all'Oscar e campione di incassi, e si capisce perché) due ragazzine strepitose, le loro turbe emotive e un film strano, toccante e originale.
La "fucking" Ämäl del titolo misterioso è una "maledetta" cittadina svedese uguale a qualsiasi altra cittadina di provincia del mondo, dove non succede mai niente, i genitori sono (al meglio) buoni ma non capiscono granché o (al peggio) indifferenti, i ragazzi sono un po' scemi e un po' violenti, non c'è altro da fare che ciondolare attorno ai bar e alle discoteche o spettegolare a scuola di piccole e spesso inesistenti avventure sessuali. Non così Agnes (una faccia tenera e intensa, un po' finnica, Rebecca Liljeberg), che ha il problema di essere innamorata della sua compagna Elin - Alexandra Dahlström, la bella della scuola, provocatoria e provocante, un po' matta, un po' cattiva, ribelle e tosta - e confida al suo computer poesia e messaggi d'amore per la maliarda indifferente. Finché il giorno del sedicesimo compleanno di Agnes, in una serata fallimentare voluta dai genitori di Agnes, che dovrebbe essere una festa ed è un umiliante mortorio a cui non viene nessuno, Elin le piove in casa per sbaglio, le due ragazze si trovano faccia a faccia, scocca una scintilla di tenerezza subito rintuzzata e travolta da pentimenti, ripicche e cattiverie. E seguita da una trionfale affermazione del diritto di volersi bene (o di amare, come dice il sottotitolo, tanto per spiegare cosa sia questa "maledetta" Ämäl). Il film, scritto benissimo e diretto altrettanto bene da Lukas Moodysson, già poeta e romanziere, al suo primo lungometraggio, è più interessante come ritratto delle dinamiche della tribù giovanile, con le sue crudeltà e le sue follie, le sue preclusioni e i suoi rifiuti, che come manifesto di amori saffici in boccio - anche perché le due protagoniste, nonostante tutte le arie da scafata di Elin, si portano dietro una palpabile innocenza adolescenziale, e il loro amore "lesbico", proprio per come lo descrive con pudore e tenerezza Lukas Moodysson, potrebbe essere solo una tappa della loro crescita, una fuga dalla rozzezza del mondo circostante. Sono i rifiuti, le violenze, le prepotenze, i modelli secondo cui si sta insieme, ci si annusa o ci si respinge tra teenager, e il modo incalzante, intenso, autentico con cui Moodysson filma le facce e registra i detti e i non detti dell'idiometto giovanile, a fare la forza di un film spesso divertente, a tratti doloroso, mai banale: neanche in quel finalone a ritmo di musica che lo ricollega improvvisamente al genere giovanilistico-sentimental-amoroso a cui "non" appartiene. |
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